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Quindici anni senza Alboreto

Quel giorno lì non dovevo lavorare. Le figlie erano piccole e le avevo accompagnate in gita scolastica a Roma. Eravamo sulla strada del ritorno, suonò il cellulare. Era un caro amico. Mi disse: senti, pare sia successo qualcosa a Michele su un circuito in Germania, stava facendo un test…

Credo di aver già parlato di Michele Alboreto in questa sede. La tristezza che mi colse, quindici anni fa su una corriera in mezzo a bambini vocianti, la tristezza che mi colse alla notizia della tragedia, dicevo, fu pari solo alla gratitudine che provavo per averlo conosciuto. Quando non correva più per il Cavallino, mi regalò conversazioni gradevolissime. Era un signore che amava le corse, in qualunque dimensione. Non è mai stato un mestierante delle piste, ecco.

Mi ha sempre colpito molto il fatto che Ferrari, nella fase finale dell’esistenza, abbia deciso di rimangiarsi il veto nei confronti dei piloti italiani per ingaggiare quel giovanotto lombardo che aveva tratti manzoniani, nel senso che sembrava uscito dalle pagine dei Promessi Sposi dedicate al meglio di una certa umanità milanese.

Era come se il Drake, al di là dell’innegabile talento al volante, avesse colto in Michele una sensibilità, un tratto esistenziale che lo rendeva molto diverso dai contemporanei, dai moderni caciaroni, eccetera.

La loro combinazione, il mix Ferrari-Alboreto, non funzionò nella maniera sperata, il quinquennio 1984-1988 regalò più amarezze che soddisfazioni: la Formula Uno stava cambiando pelle ‘tecnologica’, forse a Maranello non fecero tutto benissimo, ricordo che ci fu un errore a proposito di turbine nel 1985, l’unica stagione nel corso della quale Michele ebbe in mano, almeno per un po’, una vettura da mondiale.

Comunque non c’è dubbio che, dopo Ciccio Ascari, sia stato Alboreto il driver italiano più vicino alla Grande Conquista.

E mi viene in mente una cosa che scrissi subito, di getto, da quella corriera piena di monelli che non sapevano, ovviamente, chi fosse stato quel signore del quale mi stavo occupando con un personal computer sulle ginocchia, reprimendo la voglia di piangere, perchè non si deve piangere davanti ai bambini.

Era una cosa che mi aveva raccontato Piroun Corradini, leggendario meccanico della Rossa per decenni, nell’epoca aurea.

Alla festa di Natale delle maestranze, a dicembre del 1984, Michele aveva fatto una promessa ai ‘suoi’ operai. Se vinco il campionato, spiegò, a fine stagione vi mando tutti in vacanza a mie spese, una settimana al mare dei Caraibi i giù di lì.

Il campionato lo vinse Prost con la McLaren Tag Porsche.

Ma la gita premio Alboreto la pagò lo stesso, ai suoi meccanici.

Io gli ho voluto bene