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La lettera (scarlatta) di Vettel

Oggi sono andato a trovare Cicci Gambarelli.

In un piccolo cimitero di campagna.

Ho già narrato di lui in questa sede. Gli debbo, semplicemente, la passione per la Formula Uno.

Aveva quattordici anni più di me e adolescente lavorava al reparto corse della Ferrari. E’ stato meccanico ai box da Amon a Villeneuve. Tornava il lunedì dalle corse e i bambini del quartiere lo aspettavano per sentire una testimonianza dal vivo, allora di corse in tv se ne vedevano pochissime. Lui era stanco morto ma si fermava sempre con noi a chiacchierare. E ci faceva sognare. Quella volta, nel 1978, che mi disse che Gilles somigliava a Jim Clark, insomma, non l’ho mai dimenticata.

I suoi racconti accesero la fiamma e non ho mai avuto modo di ringraziarlo abbastanza. Purtroppo, se ne è andato troppo presto, nel 2003.

Quando ci incontriamo, gli racconto le cose del mondo di cui ha fatto parte per tanto tempo. Ascolto le sue domande, perché sono convinto che Lassù non abbia smarrito la curiosità per quanto accade in pista e fuori.

Francamente, era un po’ stupito.

Gli ho detto che qualcuno voleva squalificare Vettel per aver lanciato insulti contro il direttore del Gran Premio del Messico.

Lui mi ha risposto che allora in passato c’erano piloti da fucilare sotto il podio, per il linguaggio che usavano.

Gli  ho detto che Vettel ha mandato una letterina (scarlatta) di scuse a Whiting e a Todt e che il Pinguino (che Cicci ha fatto in tempo a conoscere) ha generosamente archiviato la vertenza con una pacca sulla spalla e l’invito a moderare il linguaggio in futuro.

Mi ha risposto che Gilles avrebbe mandato a quel paese anche gli uscieri della Fia, Matteo Bonciani, le ombrelline e già che c’era pure Todt.

Gli ho detto che tutta questa farsesca vertenza era figlia dei modi spregiudicati di un pilota diciottenne e di regole che vengono cambiate ogni due per tre, regole che soprattutto vengono interpretate a pene di segugio, giusto secondo l’umore di commissari sempre diversi.

Mi ha risposto che in F1 le norme dovrebbero essere poche e chiare, sia a livello tecnico che sportivo.

Gli ho detto che ormai la nostra Ferrari non vince più.

Mi ha risposto che ne ha parlato con Enzo Ferrari, infastidito non poco dal fatto che qualcuno avesse preteso di accostare il suo nome a quello di Sergio Marchionne.

Il resto della conversazione resta criptato, non si sa mai che a Chris Horner venga in mente di chiedere una squalifica anche per chi abita nel Paradiso dell’automobilismo.