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L’autografo di Senna (e quello di Vettel)

Non ricordo più chi disse che la storia, quando si ripete, trasforma la tragedia in farsa.

Comunque, io c’ero a Suzuka, in una domenica di ottobre del 1989.

Ayrton Senna aveva tagliato il traguardo per primo, ma aveva anche tagliato una chicane.

I commissari decisero che la manovra era irregolare. Squalificarono il brasiliano e assegnarono la vittoria di tappa ad Alessandro Nannini e contestualmente il titolo mondiale ad Alain Prost.

La McLaren (nonostante il francese fosse ancora un suo pilota) e Senna presentarono ricorso.

Il reclamo venne respinto con una motivazione oscena. In breve: a Parigi i giudici di appello non solo confermarono il verdetto della giuria di Suzuka, ma definirono Senna un pericolo per l’incolumità dei suoi colleghi eccetera eccetera.

Ayrton reagì, non via radio ma a mezzo stampa, con dichiarazioni durissime. Sostenne che Jean Marie Balestre, all’epoca presidente della Fia, era un mezzo mafioso venduto alla causa di Prost in nome del comune passaporto (francese).

Nacque un putiferio di bibliche dimensioni.

Balestre, offeso nell’onore, revocò a Senna la superlicenza e proclamò che in assenza di pubbliche scuse ufficiali Ayrton non avrebbe mai più disputato un Gran Premio di Formula Uno.

La bizzarra vicenda si protrasse per mesi e mesi (all’epoca la F1 aveva sì e no sedici corse, quindi i tempi morti erano lunghissimi).

Senna fece sapere che non avrebbe mai e poi mai apposto il suo autografo su un documento che certificasse la sua andata a Canossa, la sua richiesta di perdono e bla bla.

Arrivò il 1990.

Dovevamo andare non ricordo più dove per la prima corsa dell’anno.

A poche ore dalle prove libere, la Fia comunicò che Balestre aveva ricevuto una epistola firmata Senna che appagava le sue richieste di scuse e quant’altro.

Finì tutto in cavalleria.

La lettera era vera.

La firma era falsa: la appose, all’insaputa di Senna medesimo, l’addetto stampa della McLaren.

Io non so se, oltre un quarto di secolo dopo, l’autografo di Vettel sia l’autografo di Vettel o uno scarabocchio di Alberto Antonini.

So che la storia, quando si ripete, funziona così.

La tragedia.

E poi la farsa.