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A Interlagos, con Carlos Pace

La prima volta che varcai l’ingresso del circuito di Interlagos avevo molti anni in meno.

Era il 1990.

La cosa che mi colpì, passando dalla porta riservata ai giornalisti, fu un piccolo busto posizionato sulla destra. Il volto scolpito di un uomo.

E davanti non ci si fermava nessuno.

Incuriosito, andai a leggere la scritta che stava sotto l’immagine.

Carlos Pace.

Dimenticato persino dai suoi connazionali, eppure al brasiliano Pace è dedicato il circuito che ospita il Gran Premio del Brasile (e non ad Ayrton Senna, come pure tanti legittimamente credono).

Pace era un buon pilota. Era stato anche ferrarista, nel 1972, nel mondiale Marche.

Il destino lo aveva portato via nel 1977, in un incidente aereo.

La prematura scomparsa ha reso per sempre impossibile verificare, con il diretto interessato, l’attendibilità di una storia che riguarda un episodio leggendario della Formula Uno.

Il Gran Premio del Giappone del 1976.

Il diluvio.

La partenza ritardata.

Il ritiro di Lauda.

Il coraggio di avere paura, dissero gli osservatori benevoli.

Il mondiale vinto all’ultimo respiro da James Hunt.

Ebbene, in quella rocambolesca domenica nipponica, un altro pilota si fermò dopo pochi chilometri.

Era Carlos Pace.

Ancora oggi c’è chi sostiene (da Daniele Audetto in giù, all’epoca l’amico Daniele era il direttore sportivo della Ferrari) che in realtà prima del via, dato in circostanze proibitive per salvaguardare i diritti tv, c’è chi sostiene, dicevo, che prima del via tutti i drivers, Hunt compreso, avessero accettato di partire sì, ma di annullare la gara fermandosi tutti dopo un paio di giri.

Lauda, che si giocava il titolo, si comportò così.

Pace, che pure non si giocava il titolo, anche.

Ma, così va avanti la storia, qualcuno (non Hunt) sotto il casco cambiò opinione e tirò dritto, innescando il romanzesco epilogo di un campionato che rimane, ancora oggi, il più appassionante di sempre (e infatti gli americani ci hanno girato pure un film).

Per oltre vent’anni, passando davanti al busto di Carlos Pace, mi sono sempre fermato a mormorare una preghiera.

Tenendomi dentro quella domanda che non avrà mai risposta. Non da lui.

Come andarono, davvero, le cose, in quella domenica giapponese di quaranta anni fa?