Ieri un bimbo al parco, a un certo punto si è voluto avventurare su un gioco più grande di lui. Aveva paura, e ha chiesto al padre: “Io vado qui solo se tu mi salvi”. Lui ha riso, e gli ha risposto che “certo, ti salvo amore mio, altrimenti cosa ci sto a fare?”. Ripensiamoci bambini: quante volte gli adulti, a volte sconosciuti, sono scattati ad aiutarci per il solo istinto di difendere un bambino da un pericolo?
E’ un discorso di genetica, di tutela della specie, ed è forse per questo che, tra tutte le violenze, quella da sempre più incomprensibile ha come vittime i minori. Violenze domestiche, abusi, o furia cieca. Come quella di Manchester, che fa far strage di adolescenti e di bambini, alcuni di 7 e 8 anni, che saltano in un palazzetto dello sport, entusiasti per il loro primo concerto, un sogno che si realizza. Quella degli scafisti che lasciano morire il piccolo Aylan a tre anni, e i tanti come lui, la cui storia ci ha così indignati. O quella che ha spinto Giovanni Brusca e i suoi uomini a rapire Giuseppe Di Matteo, figlio di un ex mafioso pentitosi dopo la strage di Capaci, per tenerlo prigioniero più di cento giorni e poi scioglierlo nell’acido, a tredici anni.
Ma come si fa, pensiamoci, come si fa a fare male a un bambino di undici anni? Dove si trova la forza per ucciderlo, sordi alle sue suppliche, e poi spingerlo nell’acido? Si dice, beh, nei bombardamenti muoiono tanti bambini ed è vero: non è affatto meno grave. Ma c’è un’aggravante, ed è che l‘attentatore di Manchester, e peggio i mafiosi, i bambini che hanno ucciso li hanno visti per bene negli occhi. Li hanno sentiti anche a lungo piagnucolare, supplicare e tutto il resto. Giovanni Brusca, l’uomo che per sua ammissione ha trucidato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, la loro scorta e un centinaio di altre persone in tutta la sua “carriera”, con il piccolo Giuseppe Di Matteo ha vissuto per mesi quando, da latitante, si nascose in casa loro. In un’intervista di oggi, il fratello di Giuseppe ha ricordato che Brusca si presentò in casa loro con un Nintendo, che ci giocarono a lungo insieme, e furono mesi bellissimi. Ecco, questi sono i bambini. Sono il futuro, e si fidano degli adulti. Sono inermi, e sperano che nessuno possa fare davvero loro del male. Cosa che peraltro dovrebbe essere geneticamente impossibile, e in molte specie animali è davvero così, ma evidentemente non in quella umana.
Tante volte si sente ancora parlare di mafia. Troppe volte, nei bar e nelle conversazioni tra amici, ci si rende conto di quanto molta gente non abbia un’idea minima di cosa si stia parlando. Di quanta furia cieca, quanto dolore, quanto schifo, impossibile anche solo da immaginare, ci possa essere dietro. Oggi, 25 anni fa, moriva Giovanni Falcone, il primo ad aver cominciato a fare pulizia seriamente di tutto questo sterco che ancora ci asfissia. Il suo ricordo, tutte le volte in cui si parla di mafia con leggerezza, rischia di spegnersi drammaticamente. Il ricordo di Giuseppe Di Matteo, professione bambino, non è neppure mai cominciato.