Guardare in faccia “I miti del nostro tempo”
Dopo averlo letto devo farlo. Recensire un libro come “I miti del nostro tempo” (Feltrinelli) di Umberto Galimberti sarebbe impossibile, essendo però riuscito a leggerlo per intero, di notte e a fatica, mi sento in dovere almeno di segnalarlo.
Sono davvero pochi i libri in grado di trasformare il punto di vista sul mondo e “I miti del nostro tempo” è uno di quelli. Al di là di ogni retorica, Galimberti introduce concetti di cui non si sente parlare tutti i giorni in televisione o per strada. Ma che nondimeno ti si piantano in testa, lasciando dei semi che poi germogliano per conto loro. E così “I miti del nostro tempo” è un libro attualissimo, perché apre la mente alla crisi delle idee che regolano la nostra vita. Si tratta di quelle opinioni e idee comuni messe inconsapevolmente al di là del giudizio individuale e collettivo, e che vengono invece sottoposti a critica, “dal greco “krìno”, giudico, valuto, interpreto. Ogni giudizio, ogni valutazione, comportano una crisi delle idee che finora hanno regolato la nostra vita”.
Galimberti, critica tutte le opinioni più consolidate, scrollando i luoghi comuni e rivelando il lato oscuro delle idee più rassicuranti. Mettendo per esempio in crisi il mito dell’amore materno, per primo. Non lo cancella, piuttosto lo adegua “al nostro tempo”, appunto, avvertendo su quei concetti non ancora problematizzati dalla mentalità odierna, come “la cultura dell’isolamento” e “l’assoluta latitanza del sociale” in cui è sprofondata la famiglia, in una complementare “sacralizzazione del privato”, dove la “libertà di fare quello che voglio” è diventata “impossibilità di ciò che da solo non posso fare”.
E poi a seguire, il mito dell’identità sessuale, della giovinezza, della felicità, dell’intelligenza, della moda, del potere e persino della psicoterapia e della follia.
La seconda parte riguarda i miti collettivi del mercato, della crescita, delle nuove tecnologie, della sicurezza, della globalizzazione, della guerra, della razza.
L’incapacità dell’uomo di adeguarsi alla techné, l’impoverimento dei i rapporti sociali più basati sulla forza che sul sostegno, la riduzione dell’uomo a “funzionario” del sistema sempre meno “soggetto” della sua vita, la medicalizzazione del malessere, il bisogno di accogliere la diversità, così anti efficiente per la società della tecnica, l’esigenza di conformità che provoca senso di inadeguatezza e quindi di depressione, il vero male dell’Occidente, rivelandosi, infine, il nemico che dà forza ai miti più indiscutibili.