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Storia di E. (E di un paese in fuga dai cervelli)

Questa è la storia di E. E’ biologa e non fa parte degli sfigati messi all’indice del quarantenne viceministro Martone, visto che si è laureata ben prima dei 28 anni, non sogna un posto fisso ma solo un posto, possibilmente per fare ricerca. Non è nata in Italia, ma è venuta a vivere qui che aveva cinque anni, con la famiglia. E’ originaria di un paese che una volta cercava da noi Lamerica, ma ora, sotto molti aspetti, potrebbe darci lezione. Non è clandestina, è perfettamente in regola. Lo è la sua famiglia di commercianti. E’ una ragazza straordinaria alla quale puoi affidare le cure di ciò che ti sta più a cuore, come una figlia appena nata. Ma E. non ha la cittadinanza italiana e molte strade qui da noi le sono precluse. Eppure E. ha studiato in Italia, si è formata qui dalle elementari alla laurea in biologia. Al liceo, uno dei più duri della sua città, ha avuto i voti migliori per ottenere e mantenere la borsa di studio che le ha consentito di andare avanti. Stessa musica all’università. Fino ai primi anni di gavetta a termine in un istituto pubblico ad alta specializzazione. Precaria ma contenta, finchè è durata. L’Italia, in qualche modo, ha investito su di lei, sulla sua formazione. Ma non è stata capace, una volta portata al traguardo, di utilizzarne le capacità. Lo faranno i tedeschi.

Dopo un po’ di incarichi a termine il prof di E. le ha fatto capire che non c’era trippa per gatti, non per sua volontà ma per le solite storie all’italiana tra  scarsi fondi, poco arrosto e neanche fumo. E. ci ha pensato su, ha venduto palloncini, incartato profumi, badato bambini e ha navigato in Internet. Fino a trovare che l’istituto più prestigioso in Europa, uno di quelli di cui lei ha sentito parlare da quando ha cominciato a percorrere i sentieri della scienza, bandiva posti per ricercatori, per un anno di lavoro a Friburgo. E. ha fatto quello che ha sempre fatto: ha risposto al bando, ha mandato il curriculum, ha studiato, ha sostenuto un colloquio e ha vinto. E. ha fatto il biglietto del treno (quello più economico, «tanto mica è lontano»). Ora è là. Vive in casa con altre ragazze. Nessuna, a parte lei, è italiana (poche storie E. è italiana). Qualcuna studia, qualcun’altra no. Nessuna parla tedesco, nemmeno E. Ma tra loro si intendono benissimo.

Il primo giorno che E. è entrata in laboratorio ha visto un macchinario da fare ingolosire solo quelli come lei: un microscopio. Ha sgranato gli occhi, li ha puntati sul suo nuovo prof. (immigrato in Germania) e nel tedesco che per ora può permettersi gli ha chiesto: «Aber dann ist es wirklich?». Lui non ha capito. Lei ci ha provato con l’inglese: «Really exist? I’ve heard for years, but I had never seen. In Italy there is only one». «Esistono davvero? Ne ho sentito parlare per anni ma non ne avevo mai visti. In Italia ne esiste uno soltanto». Forse ha esagerato, forse è stata l’emozione. Parliamo di un microscopio elettronico, non del tesoro dei nibelunghi. E. sta in Germania. La Repubblica federale di Frau Merkel le dà uno stipendio, se l’è presa per i meriti di studio e ricerca. Le dà un contributo per la casa (“Ma gli affitti lì sono più bassi”) e le paga il corso di tedesco. In cambio le chiede ricerca, impegno e, soprattutto, di non sgarrare. E. non lo farà, c’è da scommetterci. Tra sei mesi finirà il suo anno a Friburgo e poi vedrà. Sul curriculum, in più, avrà il suo anno nel prestigioso istituto di ricerca. Parlerà tedesco, sarà pronta a ripartire. Non a fuggire. Perché mentre il Belpaese si balocca e si dilania tra postofisso, monotonia, articolo 18, precarietà, crisi e via dicendo, tanti come E. sono andati e vanno altrove. Come il professor Monti ben sa e, giustamente, incentiva. Solo che anche il “Resta e Cresci in Italia” coniato dal suo governo rischia di essere poca cosa per persone come E. Rischia di essere solo il lato A di un disco che, sul lato B, dovrebbe avere inciso un ambizione in più: venite a crescere in Italia. Perché E. non è un cervello in fuga. E’ l’Italia a essere fuggito dal cervello di E. Come se lei non esistesse (e forse è così).

twitter: @pgiacomin