La fine ingloriosa dell’impolitico Monti
L’encefalogramma politico era piatto da tempo, ma mai s’era visto prima un paziente del genere strappare con le proprie mani i cavi che lo collegano alle apparecchiature mediche avviandosi così a morte certa per asfissia. L’eutanasia politica di Mario Monti ha radici antiche. Nasce con lui, in effetti. Perché quando era ancora ‘solo’ un professore, noto terminale di banche e poteri, chi lo conosceva bene tremava al pensiero di un suo ingresso in politica: «Ha tante qualità, ma politicamente è come un bambino di 11 anni», raccontava una personalità. Quel che seguì la sua trionfale «salita in campo» non ha fatto altro che confermare la tesi. Aveva l’Italia ai suoi piedi, l’ha presa a calci. Poteva essere leader del centrodestra, poteva rimanere nella riserva repubblicana ritrovandosi così oggi al posto di Enrico Letta. Niente da fare. Ha invece inanellato una rara serie di errori tattici e strategici, e sempre ha cercato di porvi rimedio con quel misto di snobismo e supponenza che, oltre a renderlo insopportabile persino agli occhi di molti «montiani», ha fatto di lui il perfetto capro espiatorio della nazione. Quanto al tentativo di rendersi mediaticamente «simpatico» (ieri Gasparri s’è offerto di adottare il cagnolino Empy), ha se possibile peggiorato la situazione rendendolo ancor più goffo e incredibile di prima. Errore più grande fu la decisione di candidarsi alle politiche, lui che già era senatore a vita. Un peccato di vanità, che lasciò sgomento anche Giorgio Napolitano. Dilapidato malamente il capitale politico che riteneva al sicuro, Mario Monti non potè far altro che continuare a scivolare lungo la medesima china come su una pista ghiacciata. Che fosse ormai politicamente defunto s’è capito quando nei giorni scorsi ha dato un’intervista lunga una pagina a ‘Repubblica’ minacciando di sfilarsi dal governo. Reazioni: nessuna. Silenzio ed indifferenza. Lo stesso silenzio e la stessa indifferenza suscitata dal suo partito, Scelta civica, in questi mesi di governo. Difficile anche ricordarsi che esistono. A rammentarcelo, i calcetti negli stinchi sferrati dai montiani a quelli dell’Udc. Già a luglio Mario Monti criticò duramente Andrea Olivero e altri supposti montiani per aver partecipato a un’iniziativa di Casini. Già allora fu messo in minoranza nel suo gruppo parlamentare. Che ora — come un bambino di 11 anni, appunto — ha addirittura abbandonato sbattendo la porta, strappandosi dal petto i gradi di presidente e lasciando così libere le sue riottose componenti di vivere la loro diaspora politica. C’è, nella parabola del professor Mario Monti, una lezione eterna: la politica devono farla i politici. Voleva far fuori i democristiani dell’Udc, i democristiani dell’Udc (assieme ai ‘cattolici’ Mauro e Riccardi) hanno fatto fuori lui.