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Ci mancava solo la grana Bindi…

Un’ulteriore zeppa nel già difficile rapporto tra Pd e Pdl. Ci sono le tensioni riguardo la Legge di stabilità, sulle cui modifiche in parlamento i due partiti sono tutt’altro che d’accordo. C’è la questione della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore, che per quanto possa essere spostata in avanti deflagherà al più tardi i primi di dicembre. C’è il nodo della legge elettorale, che i berlusconiani non vorrebbero toccare e che il Pd, grazie al dinamismo di Matteo Renzi, intenderebbe invece modificare introducendo il doppio turno di collegio. Ora c’è anche la grana Bindi. Nel Pd la raccontano così. Rosy Bindi, che fino a poco tempo fa era pur sempre il presidente del partito, voleva far parte del governo. Ma gli fu impedito. Già allora ripiegò idealmente sulla presidenza della commissione bicamerale Antimafia. Ma in suo connotato ruvidamente antiberlusconiano ha spinto nei giorni scorsi il Pdl a contrapporgli il nome di Donato Bruno pur di impallinarla. Qualcosa di simile era già accaduto a parti invertite quando Daniela Santanché ambiva alla vicepresidenza della Camera. E il Pd, ritenendola incompatibile con le istituzioni, si mise di traverso. Stavolta, però, tra i democratici s’è aperta una crepa: qualcuno ha ipotizzato l’elezione dell’ormai ex montiano Dellai. Chi sia stato non è ufficiale. Il più indiziato è il ministro Dario Franceschini, che pare abbia in subordine ripiegato idealmente su Pina Picerno. Fatto sta che le divisioni in Scelta civica si sono sommate a quelle nel Pd e Dellai è finito a gambe levate. Raccontano che la Bindi fosse furibonda. Si paragonava a Prodi, vittima di fuoco amico. E non aveva torto. E’ stato allora che le riottose anime del Partito democratico hanno avuto un sussulto unitario: una personalità come la Bindi non può essere prima candidata e poi scaricata, bisogna andare avanti. E così è stato. Ma Rosy Bindi è stata eletta presidente dell’Antimafia senza i voti del Pdl. Che è di conseguenza salito sulle barricante, radicalizzando ulteriormente il già teso clima politico interno alla maggioranza. Il premier Enrico Letta non è affatto contento. Il suo vice, Alfano, lo è ancor meno.