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Un governo euroconformista e senza padri

Un governo apparentemente figlio di nessuno. Un governo ormai quasi illegittimo, sempre meno riconosciuto dai più o meno provvisori capi dei tre partiti che formalmente ancora lo sostengono: Berlusconi è pronto a sfilarsi; Alfano no, ma parla poco e parla d’altro; Monti ha messo agli atti tutte le proprie riserve; Epifani accusa Letta di «galleggiare» e, in un’intervista all’Unità, ne mette in dubbio anche le capacità predittive. «Il governo prevede una crescita del Pil l’anno prossimo dell’uno per cento. Speriamo, ma non ci credo», dice. Dopo Epifani, alla guida del Pd arriverà Renzi e suonerà spartiti ancor meno graditi alle orecchie degli inquilini di palazzo Chigi. In un simile contesto politico, ogni scivolata può trasformarsi in una rovinosa caduta e ogni fatto viene letto alla luce di interessi e punti di vista divergenti. Tutt’ora, però, lo spartiacque è Silvio Berlusconi. Sospeso per 24ore il dibattito sulla sua decadenza da senatore, l’ombra lunga del Cavaliere si proietta persino sul caso Cancellieri. Se i falchi berlusconiani non chiedono le dimissioni del ministro della Giustizia è solo per far emergere l’accanimento giudiziario subìto dal Capo: la Cancellieri è intervenuta sull’autorità penitenziaria nel tentativo di sottrarre la figlia anoressica del potente Ligresti al carcere; Berlusconi intervenne sulla questura di Milano per far rilasciare la giovane Ruby. Sulla prima nessuno (ancora) indaga, il secondo è stato condannato a 7 anni per concussione. Due pesi e due misure, dicono i berlusconiani. E per le ragioni uguali e contrarie il Pd, che sulla concussione di Berlusconi montò una campagna, chiede al ministro di chiarire la propria posizione. Un gioco delle parti. Un’altra grana per Letta. Il quale, avendo margini stretti in patria, come fece a suo tempo Mario Monti senza trarne benefici apprezzabili rilascia interviste a giornali nazionali ed esteri per denunciare il rischio di un’ondata populista antieuropea. Sarà pure un rischio, ma quando persino la Commissione europea comincia ad ammettere l’errore di anni di rigore economico, sarebbe saggio per il premier italiano non limitarsi alla denuncia del populismo, affrontandone invece le cause. Se alle elezioni europee di maggio si paventa il paradosso di un’europarlamento antieuropeista la colpa non è dei «populisti» sfegatati ma degli «europeisti» acritici.