I Sogni degli anni 80
Generalizzando, me ne rendo conto, ho sempre considerato gli anni 70 come gli anni dell’impegno, del lavoro interiore, quindi rielaborazione dei valori, dei diritti, del ragionamento: gli anni delle idee che circolavano, tante buone, qualcuna pessima con applicazioni drammatiche e condannabili, ma tutto sommato un decennio di impegno intellettuale.
Ho sempre individuato negli anni 80 caratteristiche legate all’esteriorità, al lusso, ai “luccicamenti”, alla musica bella e divertente – che si contrapponeva a quella impegnata del decennio precedente -, gli anni dei vestiti – perché quotidianamente si parlava di stilisti – e del bello.
Gli anni 90, che pure nel mio privato sono anni belli, sono da me identificati con il silenzio, silenzio dell’interiorità e dell’esteriorità, del nulla da ricordare. A questo giudizio faccio un’eccezione che riguarda i giudici Falcone e Borsellino che devono essere esempio e metro di paragone per tutti quelli che troppo facilmente usano la parola “eroe”.
Claudio Cecchetto, intervistato sugli anni 80 dice: “uno su mille ce la fa, ma in mille ci provavano… adesso prevale l’idea che tanto non funzionerà e quindi è meglio lasciar perdere”.
Questa frase mi ha molto colpita perché la ritengo verissima.
Negli anni delle paillettes e della musica (ma anche del lavoro che c’era per tutti o quasi), ognuno coltivava un sogno, ce la facevano in pochi, ma il diritto a sognare era di tutti e tutti comunque partecipavano da comparse o da semplici spettatori a qualche sogno che veniva realizzato.
Oggi l’idea è proprio “tanto non funzionerà”: siamo disillusi, troppo preoccupati di perdere ciò che abbiamo (anche chi ha il lavoro vive con la costante paura di perderlo) che le nostre energie vanno in questa direzione.
Non ci è più permesso sognare. Se questo è vero per gli adulti, figuriamoci per i giovani che oggi sognano cose che trent’anni fa erano scontate, la base di partenza per iniziare a sognare.
Tutto ciò ci imbruttisce, non ci dà la possibilità di tendere al miglioramento, alla costruzione, alla circolazione di nuove idee, il concetto di “sfida” è lasciato ai “pazzi” non è più elemento tipicamente giovanile.
Se il sogno rimane un alibi per non costruire e non realizzare i propri progetti rischia di rovinare il percorso di crescita di una persona, ma se il sogno è la molla, il desiderio di fare qualcosa di bello nella propria vita, la spinta a non lasciarsi abbattere dalle prime difficoltà, cerchiamo di fare qualcosa per riprenderci la libertà di sognare, di progettare, di pensare che è vero che uno su mille ce la fa, ma io ci provo