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Cancellieri e l’Italia degli “amici di famiglia”

Fu con narcisistica schiettezza siciliana che al dirigente craxiano curioso di conoscere il segreto del suo successo imprenditoriale, il costruttore Salvatore Ligresti da Paternò rispose: «I picciuli e i bolli». I soldi e le autorizzazioni pubbliche, dunque. Ed era noto a tutti, nella Milano da bere, che i soldi servivano (e tutt’ora naturalmente servono) anche ad ottenere le autorizzazioni. Perciò i politici facevano (e tutt’ora naturalmente fanno) la fila per mettere i propri «bolli» al servizio dei Ligresti o di chiunque fosse portatore di interessi a molti zeri. Si spiegano così ancora oggi molte carriere politiche: col rapporto privilegiato con questo o quell’imprenditore, questo o quel banchiere, di cui sotto forma di finanziamento illecito s’avvantaggia anche il partito o la corrente. Ma sarebbe ingenuo pensare che il fenomeno riguardi solo l’élite politica. E’ un problema di classe dirigente nel suo complesso, di più: è un problema ‘nazionale’.
In quest’Italia dove la meritocrazia è un eterno auspicio, dove il mercato non è mai stato «libero» e dove domina ad ogni livello la logica di clan, ogni carriera può esser letta anche così. C’è sempre un’altra spiegazione, una spiegazione che fa riferimento ai rapporti personali con soggetti apparentemente estranei al proprio ambito professionale. Chi chiama, ad esempio, Anna Maria Cancellieri per evitare d’essere trasferita ad altra prefettura? Chiama Ligresti, che di conseguenza interviene sull’allora premier Berlusconi, o forse, chissà, su Angelino Alfano in quanto suo affittuario romano. Siamo «amici di famiglia», dice la Cancellieri a proposito dei Ligresti. E della parola «famiglia» non intende forse il significato siciliano, ma quello longanesiano. Quel «Tengo famiglia» che secondo Leo Longanesi era motto italico per eccellenza, dunque da stampare sul Tricolore. Tengono famiglia i supermanager che, come Giancarlo Giannini per l’Antitrust, si fanno raccomandare al governo dai Ligresti. Tiene «amicizie di famiglia» la Cancellieri, il cui figlio lavorò per i Ligresti 11 mesi e ben retribuito (5 milioni di euro) così come, del resto, furono messi ufficialmente a libro paga due ex prefetti di Milano: Enzo Vicari e Bruno Ferrante. Tutto regolare, naturalmente. L’amicizia è una bella cosa, ma se ‘rende’ è anche meglio.
Piccolo ma emblematico episodio raccontato dal ‘Fatto’. In sintesi: nel 1987, il ‘Giornale’ di Montanelli pubblica un pezzo sgradito ai Ligresti, già allora sotto inchiesta; i Ligresti convocano il cronista per un chiarimento; il chiarimento avviene sotto lo sguardo vigile della Cancellieri, allora capoufficio stampa della prefettura di Milano. «Ero lì per caso — spiegherà il ministro — in quanto amica di famiglia». Difficile però che il cronista in questione abbia interpretato quella pur silenziosa presenza diversamente da un messaggio. Una cosa tipo: sappi che il ministero dell’Interno è dalla parte dei Ligresti. In effetti molte carriere, all’Interno, si spiegano con alte sponde esterne. Così come i buoni rapporti con gli americani spiegano la carriera di molti alti ufficiali delle nostre forze armate e di influenti capi di servizio segreto, le ‘affinità’ politiche trasformano mediocri medici in riveriti primari, le cordate portano dritte in cattedra all’università e «un amico al Comune» (o «al ministero») garantisce licenze e autorizzazioni foriere d’ogni tipo di concorrenza sleale.
Funziona così nell’Italia del «familismo amorale», dove non occorre esser mafiosi per apprezzare l’utilità d’un padrino e dove il caso Cancellieri-Ligresti è solo uno dei tanti esempi possibili per capire quel che siamo stati, quel che siamo e quel che di certo continueremo ad essere.