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Il peso delle parole

VISTE le turbolenze economiche, le aziende che aprono e chiudono, sarà sempre più difficile avere un posto di lavoro che duri tutta la vita. Ad avvalorare la tesi si aggiunge un dato: già oggi otto giovani su dieci hanno contratti a tempo determinato. Senza contare che il tasso di disoccupazione tra i laureati è del 19,5 per cento e addirittura sale al 28,5 tra gli under 25 in possesso solo della licenza media. Se questi sono i numeri, perché raccontare la storia della monotonia del posto fisso?

NELLE ULTIME SETTIMANE, il primo ministro e alcuni dei suoi (viceministro Martone in primis) hanno calibrato in modo discutibile il tenore dei loro interventi. Va bene poter contare su uno straordinario fronte compatto in Parlamento, va pure bene rendersi conto che molti italiani sanno di dover far fronte a una situazione senza precedenti, ma qual è la necessità di far ricorso a semplificazioni che rischiano solo di far arrabbiare i poveri cristi che si arrabattano per campare? Perché molti si sono davvero imbufaliti quando il premier davanti alle telecamere ha spiegato che il posto fisso è tanto noioso da non volerlo augurare a nessuno. Forse il professore stava pensando ai propri giovani ricercatori, quelli che vantano un curriculum tale da potersi permettere di girare il mondo del lavoro in lungo e in largo senza mai fermarsi. Ma quando sali a bordo di un taxi guidato da un trentenne che si è comprato l’anno scorso una licenza da duecentomila euro e che oggi ne vale ottanta, chi si azzarda a spiegargli quanto è fortunato perché fra qualche tempo smetterà di annoiarsi alla guida del suo mezzo? Per non parlare del cinquantenne che ha perso il lavoro e, proprio in virtù dell’esperienza maturata sul campo, difficilmente sarà preferito a un giovane destinato a costare meno della metà. Allora, prima di lanciarsi in nuovi tentativi di risultare sintetico e forse anche simpatico, sarebbe forse meglio che il nostro primo ministro valutasse la situazione in cui si trovano i ragazzi radiografati dalle statistiche. E tornasse a essere il Mario Monti degli esordi, sobrio e anche un po’ noioso.

ugo.cennamo@ilgiorno.net