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Il dopo Zapatero non sarà rosa

Pensionato della politica a 51 anni: magari lo facessero tanti nostri parlamentari, attaccati alle loro seggiole e che non riescono neppure a votare di diminuirsi lo stipendio, non si parli di dimezzare gli scranni. Josè Luis Rodriguez Zapatero lo ha fatto, lasciando la guida della Spagna in anticipo sul termine del suo secondo mandato (che scadeva nel prossimo marzo), facendo in modo che il suo Paese andasse alle urne molto prima e scegliesse con chi riprendere un cammino di crescita. Zapatero sperava che il suo gesto desse un po’ di ossigeno al Partito socialista operaio, ma come i pronostici dicevano il premier che ha stravinto è un Popolare, Mariano Rajoy, praticamente coetaneo di Zapatero ed ex braccio destro di Josè Aznar, che era stato battuto dal leader socialista nel 2004.  Zapatero era salito al potere sfruttando una gaffe epica di Aznar:  il primo ministro aveva accusato l’Eta delle stragi alle stazioni dell’11 marzo 2004 per depistare il rischio Al Qaeda in Spagna. Divenne “bugiardo” e “inaffidabile” e al potere salì il socialista con un programma di governo che prevedeva la voce “sviluppo” all primo posto. Lo sviluppo ci fu, la rielezione quattro anni dopo fu trionfale, ma poi si è scoperto che tale stato di benessere doveva essere racchiuso nella famosa “bolla”, immobiliare e finanziaria, che stava distruggendo l’economia di mezzo mondo. Si costruivano case e si progettavano interventi straordinari, in Spagna, ma poi rimanevano cattedrali nel deserto, scheletri senza vita, progetti già pagati nei cassetti. E fu il tonfo.

Zapatero ha pagato tutto questo: la disoccupazione, l’inflazione, la recessione, il rischio default, gli indignados e quant’altro. Lo ha capito e ha lasciato. Non solo il potere, ma addirittura ha annunciato l’abbandono della politica ben prima delle legislative di autunno. Mettendo a rischio le sue decisioni più avanzate, quelle che avevano scosso il tessuto sociale spagnolo, permeato di grande religiosità: il divorzio sprint, l’aborto alle sedicenni, il matrimonio gay. Lo ha fatto così bene, questo passo, che il suo successore, cattolico praticante benedetto dall’influente vescovo di Madrid, cardinale Rouco Varela, non se la sente di smontarle o forse capisce che rischierebbe molto. Le elezioni sono state comunque un bagno di sangue e Rajoy ha stravinto su Alfredo Perez Rubalcaba, che era ministro degli Interni e vice premier di Zapatero. Era nelle cose come nelle cose era che la successione alla guida del Partito socialista sarebbe stata una battaglia. E così è stata, all’ultimo voto. E anche in questo caso, come gli è accaduto sempre nell’ultimo anno, Zapatero ha perduto.

Non che Rubalcaba  rappresentasse una seconda scelta, ma l’ex leader aveva praticamente puntato tutto sulla sua delfina, Carme Chacon Piqueras, quarantenne di belle speranze, l’ex ministro della Difesa che si era presentata incinta in Afghanistan e in Kosovo qando era andata a visitare le truppe al fronte. Un personaggio deciso, una catalana di ferro. Invece al congresso di Siviglia ha prevalso Rubalcaba, la vecchia guardia socialista, quella dei tempi di Felipe Gonzalez. Un “vecchio” della politica, sicuramente intelligente, ma forse in ritardo coi tempi. Ventidue voti hanno diviso i due, vedremo se Rubalcaba riuscirà a ricostruire qualcosa del vecchio splendore del Psoe in vista delle legislative 2015. Intanto deve affrontare le regionali in Andalusia del 25 marzo. Ora alla guida c’è il Psoe, ma i pronostici sono tutti per i Popolari. Un inizio in salita, dunque. Forse Carme avrebbe avuto più scatto. Il garofano rischia davvero di perdere colore.