Il rilancio di Letta e Alfano
Queste sera, dunque, il Senato approverà la legge di stabilità su cui il governo ha voluto mettere la fiducia. Una scelta, quella di palazzo Chigi, che si inserisce in una prassi consolidata volta a far piazza pulita degli emendamenti più o meno clientelari e ad accorciare i tempi del passaggio parlamentare della manovra economica, altrimenti destinati a dilatarsi all’infinito. E’ così da molti anni. Tuttavia, il voto di stasera assumerà anche un rilievo politico: sarà l’occasione per formalizzare la nascita di una nuova maggioranza emendata da Silvio Berlusconi. Perché se oggi i gruppi parlamentari della rinata Forza Italia non comunicassero il proprio voto contrario, davvero non si capirebbe più nulla. Comincia pertanto da domani una nuova stagione del governo Letta, ma comincia sotto i peggiori auspici. E’ infatti noto che, dalla Commissione europea alle parti sociali italiane, questa manovra non piace a nessuno. E non perché contiene misure impopolari, ma perché non contiene alcuna scelta netta coerente con la gravità della crisi economica in corso e con la conseguente eccezionalità della formula politica che ha dato origine al governo. Eppure, al successo del governo in carica è legato il destino politico di Enrico Letta e di Angelino Alfano: se al termine della legislatura l’esecutivo di larghe intese avrà lasciato un buon ricordo nei cittadini, il primo potrà legittimamente contendere a Renzi la premiership (o, in cambio di un passo indietro, contrattare qualsivoglia incarico dal Quirinale in giù) e il secondo avrà dimostrato che la scelta di rompere con Berlusconi sul futuro del governo era effettivamente coerente con l’interesse nazionale. Non sarà facile, però. Se non ci saranno svolte inattese nelle politiche europee rispetto alla crisi, il governo italiano sembra infatti condannato all’impopolarità: senza soldi da distribuire e con i noti vincoli sui conti pubblici da onorare. Per Berlusconi, Grillo e anche per Renzi ergersi a contraltare di Letta e soci sarà una passeggiata. «La pazienza è finita», ha annunciato ieri, minaccioso, il sindaco di Firenze. Perciò occorrerebbe almeno che (a prescindere da un eventuale rimpasto) il governo cambiasse passo, ricontrattasse il proprio mandato con i partiti che lo sostengono e desse al Paese l’idea di un nuovo slancio.