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Il Berlusconi che resta in noi

«Non mi pare di aver visto i cadaveri di molti democristiani penzolare dai platani di Roma». Era così che nel ’94 il sulfureo Cossiga rendeva onore alla realtà ridimensionando la portata della ‘rivoluzione berlusconiana’. In effetti, nel passaggio tra la Prima e la cosiddetta Seconda repubblica i democristiani non furono impiccati — ma in parte cooptati — e quella di Silvio Berlusconi non fu una vera rivoluzione: fu un cambiamento di sistema e di stile politico, dovuto al fatto che il sistema e lo stile precedenti erano ormai fuori dalla storia. Anche il fascismo, che invece fu una vera rivoluzione e dunque vide esibire la forza e scorrere il sangue, ebbe una funzione modernizzatrice. Che riguardò però l’intero Paese e non solo la forma o lo stile della politica. Il fascismo fu figlio del Risorgimento e del nazionalismo: fenomeni politici. Il berlusconismo è stato figlio del consumismo e dell’individualismo: fenomeni sociali. Ma né l’uno né l’altro avrebbero potuto durare vent’anni senza corrispondere ad un’esigenza della Storia e soprattutto ad una peculiarità della nazione che li ha espressi. Eppure, per un intero ventennio molti benpensanti hanno visto in Silvio Berlusconi un «corpo estraneo». Ed ora che quel corpo è stato effettivamente espulso dal parlamento, sono pronti ad archiviare la stagione berlusconiana come un tumore maligno finalmente estirpato da un corpo sano. Errore clamoroso. Stesso errore compiuto da Benedetto Croce quando liquidò il fascismo come «malattia morale» della nazione e «parentesi» della Storia. Detto ciò, nel luglio del ’47 il grande filosofo liberale prese la parola all’Assemblea costituente e lì pronunciò un granitico discorso nel vano tentativo di spingere l’Italia a rifiutare la ratifica dell’umiliante Trattato di pace, perché «la guerra è una legge eterna del mondo». Lo fece in nome di parole antiche: «Patria», «onore», «dignità nazionale». E a leggerlo oggi pare il discorso d’un fascista. E’ invece il segno che persino un antifascista come Benedetto Croce era intriso di quella retorica e di quei valori grazie ai quali il fascismo potè affermarsi e che per un po’ gli sopravvissero. Berlusconi non è finito appeso ad un lampione come Mussolini. E, forse anche a causa del fatto che della sua decadenza da senatore si discute da tempo, ieri non si avvertiva alcun pathos tra la gente accalcata in via del Plebiscito o tra i senatori riuniti a palazzo Madama. Giornata «storica», certo, perché senza precedenti. Ma niente che assomigliasse a un clima da «colpo di Stato»: poca tragedia, infatti, e molta commedia. Dovuta anche alla consapevolezza che, pur avendo pronunciato un discorso debole, confuso, vittimista e per nulla evocativo di una nuova stagione politica, Silvio Berlusconi non scomparirà ma giocherà ancora per qualche tempo un ruolo di primo piano. Ma anche quando sarà definitivamente uscito di scena, qualcosa di lui continuerà a vivere in noi italiani, ispirando questo o quel politico «nuovo». Con buona pace dei benpensanti, contro ogni evidenza convinti che basti abbattere il Grande Corruttore per far fiorire virtù mai nate nell’animo della nazione. Questa è l’epoca e in quest’epoca la politica si è suicidata: eliminato Berlusconi arriveranno dunque i berluschini.