I primi segni di intesa tra Letta e Renzi
Nessun annuncio particolare, nessuna novità programmatica. Ed è già questo un segno: il segno che Enrico Letta è pronto a lasciare che sia Matteo Renzi a caratterizzare l’iniziativa politica del governo a patto che Matteo Renzi lasci a lui l’onore. In questo senso emblematico, nel discorso pronunciato ieri in parlamento, il passaggio in cui il premier rivendica il merito di aver «radicalmente trasformato la politica» italiana, per poi concludere che «a scrivere il dopo» sarà «una leadership politica ringiovanita». E’, di fatto, una proposta di collaborazione (destinata a marginalizzare il partito di Alfano) e al tempo stesso un annuncio di non belligeranza quando verrà il momento di indicare il candidato premier. Letta, che pure non ha mai citato il nome di Renzi né ha detto per chi ha votato alle primarie del Pd, fa il suo gioco. Ma sa che per continuare a giocare deve trovare un’intesa con l’uomo nuovo del suo partito. Dal rilancio del governo dipende il futuro politico di entrambi ed entrambi considerano vitale presentarsi agli elettori delle europee (maggio 2014) con in mano qualcosa di concreto a partire dalle legge elettorale. I «titoli» enunciati ieri da Letta nel suo discorso per la fiducia sono gli stessi enunciati domenica da Renzi nel suo discorso della vittoria. Ovvero: l’attacco a Grillo, la difesa del maggioritario, la riduzione del numero dei parlamentari, la fine del bicameralismo perfetto, la riforma del titolo V della Costituzione, l’abolizione delle province. E poi la tutela dei lavoratori non garantiti, gli investimenti sulla scuola, la crescita economica, il sostegno alle piccole e medie imprese… Non pesando sulle casse dello Stato, sarà sul primo blocco di riforme che i due punteranno quando, nelle prossime settimane, dovranno scrivere il «patto di governo» per il 2014. C’è solo un grande assente, nel programma di riforme istituzionali lettian-renziano: la forma di governo. E’ come se nessuno dei due se la sentisse di osate al punto di invocare l’elezione diretta del capo del governo e l’introduzione dei poteri costituzionali connessi (scioglimento delle camere, nomina e revoca dei ministri). Un vero peccato, forse dovuto alla consapevolezza che il tempo è poco e le resistenze che la riforma provocherebbe nella sinistra del Pd e nei centristi potrebbero pregiudicare l’approvazione dell’intero pacchetto.