Lloy Ball e la droga della vittoria
LLOY BALL, grande campione americano visto in Italia con la maglia di Modena (con cui ha vinto l’ultimo scudetto dell’ex Panini, nel 2002), ha concesso una bella intervista esclusiva al sito World of volley, che potete leggere in versione originale qui. Premetto che quando si parla di Lloy ammetto tranquillamente che non sono obiettivo: lui è una delle poche eccezioni alla mia personale convinzione che non possa esistere un’amicizia vera tra giornalisti e intervistati, perché spesso è un rapporto di interesse reciproco. Ma con Lloy è diverso.
Nota autobiografica a parte, qui si parla dell’intervista rilasciata a World of volley. Che contiene alcune riflessioni interessanti, a partire da quella che ho scelto per il titolo. Alla domanda ‘ti manca la pallavolo’, Ball risponde così: “Mi manca, ha fatto parte della mia vita da quando avevo quattro anni. Competere, allenarsi e fare di tutto per vincere era la mia droga. Intrattenere la folla e andare in battaglia con i compagni di squadra è stato quello per cui ho vissuto. Vincere titoli era la mia ossessione“.
Questo spiega perché ne ha ottenuti tanti. Ma è interessante la sua personale gerarchia dei successi. Perché se chiedi a un italiano della generazione dei fenomeni, ti dirà che l’oro alle olimpiadi gli manca eccome. Ball un oro olimpico l’ha vinto, a Pechino. Ma non è la vittoria a cui tiene di più, pur essendo pieno da sempre di tatuaggi con legami olimpici (ancora prima di vincere qualcosa, aveva deciso di usare il suo corpo come un diario): “Vincere la Champions League nel 2008 è stato il momento migliore della mia carriera. Ero arrivato in finale cinque volte, riuscire a vincere finalmente il più grande torneo in Europa era il mio obiettivo principale. Vincere a Pechino è il secondo“. E ammette di essere andato oltre ogni sogno personale: “Ho vinto 15 titoli in Europa, la World League, le Olimpiadi, e per 15 anni ho avuto modo di giocare nei cinque migliori club del mondo. Toray, Modena, Iraklis , Ural e Zenit”.
Il resto è la vita quotidiana di oggi, quella di un ex giocatore che non ama stare in poltrona: Ball si allena ancora ogni giorno, gioca in una squadra semiprofessionistica americana che partecipa al campionato nazionale, gioca a basket (è fortissimo, un certo Bobby Knight l’aveva scelto per portarlo ad Indiana, come Lloy racconta nella bella biografia dal titolo emblematico ‘il più grande errore che NON ho fatto’), allena la squadra di basket del figlio Dyer, 12 anni, fa volontariato a scuola e aiuta la squadra di nuoto della figlia Mya, 7. Ha una piccola impresa nel settore dell’acciaio e possiede un club di pallavolo.
Ah, tanto per far capire quanto conta la volontà: Lloy è cresciuto in uno stato, l’Indiana, che non aveva e ancora oggi non ha università che offrano borse di studio per il volley.