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Monti, i Giovani e l’ebbrezza della precarietà

È impossibile non aver notato che negli ultimi tempi parlare di Giovani (macrocategoria dai contorni incerti) sembra essere diventato l’hobby nazionale. Basta snocciolare una serie di dati, fare la buia faccia di circostanza per calarsi nel ruolo più consono alle proprie attitudini. C’è la tipologia A: il pasionario ipocrita. Over 60, sorriso equo-solidale e sulle labbra l’immancabile: “Se vogliamo far ripartire questo Paese non c’è alternativa, bisogna puntare sui giovani”.

Poi c’è la spumeggiante categoria B: il vendicativo sadico. Anagraficamente indefinibile, millanta un’infanzia all’insegna di conflitto mondiale-ricostruzione-guerra fredda e carestia. Avendo patito le peggiori atrocità, di fronte al presente fa spallucce: “Questi vogliono la pappa pronta, ma la vita è Sacrificio”. Infine c’è la categoria C: l’inopportuno mattacchione, in grande spolvero negli ultimi giorni.

Dopo aver coniato l’ormai classico “Se ti laurei dopo i 28 anni sei un sfigato”, la categoria ha però scelto di calare il pezzo da novanta portando all’attenzione pubblica l’inquietante fenomeno della “noia da posto fisso” (con recente appendice del ministro Cancellieri). Sulla questione laureandi con osteoporosi il web si è diviso.

Da un lato sono insorti tutti coloro che la laurea la stanno prendendo con calma, ma barcamenandosi tra improbabili esperienze da promoter e strazianti sedute da baby sitter. Dall’altro si è schierato chi punta il dito contro quelle bizzarre entità che popolano le università italiane: esseri ormai ingrigiti, in apparenza sempre sommersi da appelli, appunti e libri in realtà circondati dalla bambagia e incuranti dell’interrogativo “Ma cosa fai tutto il giorno?”stampato sul volto di amici e parenti, ormai rassegnati.

Sullo spleen da posto a tempo indeterminato invece l’entusiasmo è unanime. Sulla pagina Facebook dedicata al leggendario “San Precario” (“Dal 2004 santo protettore di precari e precarie, co.co.pro, esternalizzati, delocalizzate, stagisti, partite iva, lavoratori in nero e disoccupati”) che vanta oltre ottomila “fedeli”, le ironie si sprecano. C’è chi tenta di autoconvincersi con l’ipnosi (“Ripetete con me: flessibilità buona, posto fisso cattivo, flessibilità buona, posto fisso cattivo”) e chi invece si rivolge direttamente alle alte sfere (“San Precario, prega per noi, ci stiamo annoiando”).

Certo è che, al di là di ogni giudizio di valore su questi aforismi da tempi di crisi, resta sul tavolo la questione dell’opportunità. La situazione è paludosa e i giovani non fanno finta di non saperlo. Lo dimostra la fresca vicenda del servizio civile temporaneamente bloccato: migliaia di persone sulle barricate per ottenere quello che le graduatorie avevano promesso: semplicemente, un’occasione. Lo dimostra la serena rassegnazione con la quale gli stessi giovani si avviano a stage troppo spesso inconcludenti, invidiandosi a vicenda per quel pugno di euro in più che passa da un rimborso spese all’altro. Lo dimostra il retrogusto amaro che da sempre ha il giorno della laurea: la celebrata fine di un percorso certo che apre lo sguardo a quel buco nero chiamato futuro. Proprio per queste diffuse consapevolezze è stucchevole l’ironia, specialmente quando arriva da chi, inevitabilmente e anagraficamente, non ha mai provato e non proverà mai l’ebbrezza e l’esilarante divertimento di chi vive un’esistenza precaria.