Moltitudini di spread (L’Ocse: riforma non è solo l’art. 18).
L’Ocse: L’articolo 18 ”non e’ il punto
fondamentale” della riforma del lavoro allo studio Italia: in
realta’ ”si parla di flessibilita’ ma anche di reti di
protezione per chi oggi non ce l’ha, e di reinserimento nel
mercato del lavoro”. Lo ha detto in un’intervista all’ANSA il
segretario generale dell’Ocse, Miguel Angel Gurria.
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I profiler son di moda. Non solo nelle fiction e nelle agenzie investigative. I profiler siamo noi, di noi stessi. Che inseriamo ovunque sulla rete il profilo di chi (non sempre) siamo. Perché così è, se ci pare. E poi magari si seduce o si fa pensare. Come quel «sono grande, contengo moltitudini» spizzicato da un profilo Twitter, in quel curioso rapporto di segugi e prede che segui (follower) e ti inseguono (following) e che, come nel rimorso di qualsiasi morte di Borges, si sono «spartiti come ladri il flusso delle notti e dei giorni». Profilo, o il “Canto di me stesso“, scritto di Walt Whitman da cui arriva la citazione da completare. Che Whitman scrisse: «Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini».
Come i giovani che possono essere sfigati, mammoni, bamboccioni e precari, ma non sono mai solo quello. O chi si contraddice non pagando le tasse ma pretendendo che la cosa pubblichi funzioni. O chi urla contro la casta ma fa ricorso per l’abolizione dei vitalizi parlamentari. Moltitudini e contraddizioni viventi. Reali. Che mettono in guardia dal cestinare frettolosamente poesia e letteratura, specie quando aiutano a comprendere che soluzioni semplici ai problemi complessi non esistono e se esistono spesso sono sbagliate. Soluzioni che mal si adattano a chi, umano, è impastato di moltitudini e contraddizioni e di colossali conflitti di interesse con se stesso. Umano che condanna l’evasione, ma non chiede la fattura. Ma non pretende la fattura perchè è più semplice pagare meno oggi che ottenere una faticosa detrazione domani. Umano che contesta gli spread e le agenzie di rating quando bastonano un paese con un debito pubblico spaventoso, ma quando investe i risparmi cerca almeno un luogo sicuro con un buon rating. Così il farmacista che non vuole la liberalizzazione non potrà più indignarsi se non trova un taxi o costa troppo. O il genitore sotto scorta dell’articolo 18 dovrà fare i conti, prima o poi, con la vita precaria del figlio. E all’evasore non dovrà soprendere se prima o poi qualcuno possa arrivare a pensare di togliere loro la tessera sanitaria (e i servizi e le cure a cui non ha contribuito).
Moltitudini e contraddizioni, appunto. Che hanno a che fare con la vita (lavorativa) e con l’età. Anche quella sul posto di lavoro sulla quale accende un faro non scontato, su la voce.info, un articolo di Carlo Mazzaferro e Marcello Morciano che evidenziano l’impatto futuro della prevalenza degli anziani — alla luce dell’allungamento dell’età pensionabile — sulla produttività in azienda e sulle condizione di giovani e donne (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002837.html).
Questioni di spread tra il resto del mondo e un paese in cui servono 285 ore all’anno per fare la dichiarazione dei redditi. E che richiede 1245 giorni per capire chi, in una causa civile, abbia ragione o torto. Ma questione anche di letteratura e di utilizzo delle parole. Nell’«Alfa Beta de-rabbi ’Aqiva» (Mistica ebraica, Einaudi editore) a pagina 93 si legge: «bocca e lingua su possono paragonare solo al mare con le sue onde: come il mare si allarga e si apre così la bocca si allarga e si apre; come il mare è pieno di perle, così la bocca è piena di perle d’osso…come il mare fa bolle d’acqua, così la bocca fa bolle d’acqua… come le onde del mare uccidono gli uomini, così fa la bocca con la malalingua». Che è come dire lingua che congela il mondo negli stereotipi dei mammoni, degli sfigati, degli autonomi evasori, degli statali fannulloni e dei migliori topics del luogocomunismo. Gelo linguistico che non scioglie dissidi e ideologie. E che affoga in un gorgo riforme vitali nella monotonia di veti e controveti. E riporta a Borges: “Ossessivamente sogno di un labirinto piccolo, pulito, al cui centro c’è un’anfora che ho quasi toccato con le mani, che ho visto con i miei occhi, ma le strade erano così contorte, così confuse, che una cosa mi apparve chiara: sarei morto prima di arrivarci”. (Labyrinthes)
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