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Leonard Cohen, le vecchie idee vanno sempre di moda

Saranno pure vecchie le idee di Leonard Cohen (si intitola “Old ideas”, il suo ultimo disco), ma suonano bene. E soprattutto non passano di moda. Per molti della mia generazione Leonard Cohen, negli anni della tardo adolescenza, era solo un riferimento in un pezzo dei Nirvana “Pennyroyal tea”. Crescendo, ci siamo lasciati scappare qualche lacrima, ascoltando e rivivendo la tragica fine di Jeff Buckley che cantava “Hallelujah”. Molti di noi erano convinti che quel pezzo fosse di Jeff. Una divina grazia, ascoltare quel “Grace”, quando il grunge dei Nirvana era cristallizzato nel ricordo di Kurt Cobain andatosene, come molti altri prima e dopo di lui, a 27 anni. E per chi si spingeva ancora più in là, spolverando qualche vecchio 33 giri dei genitori, c’era una versione italiana di “Suzanne” cantata da Fabrizio De Andrè. Leonard Cohen, che veleggia verso gli 80 anni (ne ha 78), tornava sempre: inconsapevolmente musa e ispiratore di mondi così lontani e distanti da lui. Una dimostrazione di come quel cantautorato, un po’ letterato e un po’ allitterato, possa erodere gli ascolti anche del più modaiolo frequentatore di musica rock e affine. Uno di quelli che non si lascia scappare nemmeno una novità catalogata come tale e che nel caso faccia il musicista, magari, nel pieno della retromania, scopiazza qua e là. Cohen in questo nuovo disco non sorprende, ma incanta. Con i soliti vecchi strumenti. E non si parla solo di musica. E così ci si lascia trasportare e si cede d’incanto al fascino di canzoni più declamate che cantate, affinate nel tempo, ma mai corrose. Classiche. Punto. E’ sempre la solita storia, obietterà qualcuno, ma è una bella storia.

E per chi volesse un’ulteriore sfida: ecco “Old ideas with new friends”. Basta scorrere i nomi dei nuovi amici di Cohen per toccare con mano l’opera. Un omaggio al maestro  con gente del tipo di Greg Dulli (ex Afgan Whigs e sodale di Mark Lanegan) che rifà “Paper Thin Hotel”. E se non bastasse Mojo, il magazine inglese di musica, regala una compilation niente male. E’ un tributo al nostro Leonard. Da non perdere la versione di “So long Marianne” rifatta da Bill Callahan, il fu Smog. Né Greg Dulli né Callahan possono negare di essere stati influenzati dagli ascolti di Cohen. E’ proprio vero le vecchie idee non passano mai di moda. E suonano assai bene.