Marchiori, storia al contrario di un cervello in fuga
LA TANTO bistrattata ricerca italiana ogni tanto produce dei lampi. Geniali. Non tutti i nostri cervelli migliori, infatti, fuggono all’estero nella speranza di vedere realizzate le proprie idee. Alcuni, poi, ritornano. Come Massimo Marchiori, 42 anni, docente di Reti e Tecnologie Web all’Università di Padova. «Perché portare i benefici fuori dal nostro Paese?», chiede semplicemente, quasi schermendosi dell’eccessiva enfasi piombata sulla sua storia. Quella di un giovane che, ricercatore precario in Italia, quindici anni fa raccontò le sue intuizioni a Santa Clara durante una conferenza sul Web. E, guarda caso, un certo Larry Page le trovò folgoranti. Un anno dopo nacque Google. Marchiori aveva inventato HyperSearch, uno degli algoritmi alla base di quello che oggi è un colosso da 200 miliardi dollari.
Professor Marchiori, le fu offerto di lavorare in Google. Ma lei rifiutò. Come rifiutò altre proposte che forse l’avrebbero resa un milionario. Cosa l’ha spinta?
«Innanzitutto perché il valore dei soldi per me non è al primo posto. Me ne servono quanto basta, come il sale nel cibo. E poi perché mi piace l’Italia, è casa mia: se ci sono dei buchi voglio tapparli non scappare».
Suona strano in un momento storico nel quale l’anti-italianità dilaga…
«Se ognuno, anziché pensare “da solo posso fare poco”, tappasse un buco la casa non crollerebbe».
Nessun rimpianto, davvero?
«Dal punto di vista delle soddisfazioni professionali non ho rinunciato a nulla. E poi lavorando col web posso stare ovunque. Anche su una spiaggia».
E invece è tornato nella sua Padova, dove ha messo insieme un team di giovani ricercatori e ci ha riprovato a fare il “suo” Google. Con Volunia, un motore di ricerca dal dna italiano. Come le è venuta l’idea?
«Volunia è nata 4-5 anni fa. I motori di ricerca lavoravano da anni nello stesso modo. Allora mi sono chiesto: come si può cambiare? Come spiccare il volo per vedere il Web dall’alto? Volunia risponde a questo, fornisce una mappa navigabile dei siti, guida l’utente come un Tom Tom. In più c’è la componente sociale, che rende la mappa un luogo vivo dove gli utenti interagiscono».
Un lungo periodo di incubazione, si è mai scoraggiato?
«No, perché era un’idea troppo bella per non essere realizzata. I problemi sono stati la burocrazia, il team e le risorse ridotte rispetto alla complessità del progetto. Ma alla fine Volunia ha visto la luce».
Lunedì ha presentato Volunia in anteprima mondiale, le prime reazioni?
«Dall’estero ho avuto riscontri molto oggettivi, sulle cose che funzionano e su quelle che si possono migliorare. In Italia la reazione è stata sorprendente: o fallimento preventivo o innovazione da nobel. Ma da come si sono scaldati gli animi… Beh, abbiamo fatto centro».
E avete dimostrato che anche in Italia si può innovare…
«Certo, anche se ci sono gli ingranaggi da oliare, la burocrazia, la mentalità italica del piangersi addosso».
La ricerca italiana non brilla per risorse, i soldi come li ha trovati?
«Io sono stato fortunato perché avendo un po’ di notorietà ero assediato da investitori privati. La voglia di investire c’è».
Allora qual è l’inghippo?
«Manca il collegamento tra domanda e offerta. Cosa che invece in America funziona benissimo. Insomma, ci sono imprenditori che vogliono investire ma non sanno dove e brillanti laureati che non sanno cosa fare delle loro idee. Basta collegare le due cose. Semplice».