Gli oligarchi della repubblica
Enrico Letta avrebbe potuto chiederne pubblicamente e con forza le dimissioni o, volendo proprio seguire la via tortuosa delle legge erga omnes, procedere per decreto, così come per decreto l’allora ministro Elsa Fornero lo confermò per un triennio. Per rimuovere Antonio Mastrapasqua, il premier non ha però seguito né la prima né la seconda strada: nel rispetto dell’uomo nominato alla presidenza dell’Inps dallo zio Gianni e caro a tanti amici e amici di amici, ha presentato un disegno di legge. Sai la paura… Infatti fino a venerdì sera Mastrapasqua era sereno, e convinto che la rete di relazioni che l’aveva portato così in alto ne avrebbe impedito anche la caduta. A far precipitare le cose è stata l’inchiesta sulla sua laurea pubblicata da ‘Libero’: Mastrapasqua come il Trota era troppo anche per i suoi sponsor. Ovvero, Gianni Letta e il viceministro Catricalà, che con lui e tanti altri illustri nomi di quel groviglio pubblico-privato tipicamente italiano animano la Fondazione Camp; e il sottosegretario alla presidenza Patroni Griffi.
Il fenomeno è ormai noto. Ci sono alcune decine di personalità provenienti spesso dalla magistratura amministrativa (in ordine di importanza: Consiglio di Stato, Tar e Corte dei Conti) che da un ventennio egemonizzano i vertici e gli snodi chiave della macchina pubblica: enti, autorità, gabinetti ministeriali, direzioni, ragioneria generale… Segno dei tempi, finiscono anche al governo.
Un ex ministro ‘politico’ la mette così: «Se è vero che persino De Gasperi considerava saggio inserire almeno due massoni nei governi che formava, oggi vale la stessa regola con i consiglieri di stato». Le due cose non sono in conflitto. I nomi sono da addetti ai lavori: Pinto e Calabrò, Cardia e Patroni Griffi, Canzio e Fortunato, Monorchio e Chieppa, Mastrandrea e Piscitello… Un’oligarchia proveniente anche dal vivaio di Bankitalia e delle vecchie partecipazioni statali, il cui scandalo non risiede tanto nel fatto che è la meglio pagata d’Europa, quanto che rappresenta l’ennesima zeppa nella grande ruota della politica. Il parlamento vara le leggi, ma a scriverle e soprattutto a redigerne i decreti attuativi sono i ‘tecnici’: che danno corso alle deliberazioni politiche se e come vogliono, e che scrivono quel che devono in modo incomprensibile per assicurarsi l’esclusiva dell’interpretazione. «I burocrati ci mangiano in tesa», ammette l’ex ministro a nome della categoria politica. «Al povero Zanonato non fanno capire nulla», rideva sere fa a una cena un ex boiardo di Stato raccontando del rapporto tra la tecnostruttura del ministero dello Sviluppo e il malcapitato ministro. «Il dottore è in riunione», si sentì obiettare il neoministro del Lavoro Fornero dalla segretaria dell’Ispettore generale per la spesa sociale della Ragioneria generale dello Stato, Francesco Massicci. Una, due, tre volte. Finché non capì che nella logica degenerata del potere romano un alto dirigente della Ragioneria conta più d’un ministro. Del resto, questo giornale ha già raccontato che la medesima Ragioneria si è persino dotata di un simbolo autonomo. Ed emblematico: una piramide con appesa al vertice una stella repubblicana, molto piccola, come impiccata, comunque tenuta al laccio.