Immagine e sostanza di un governo in crisi
Consapevole dell’epoca in cui vive, Matteo Renzi è attentissimo alla propria immagine e sono infatti ragioni di immagine a costringerlo, per la prima volta, a mordersi la lingua e a segnare il passo. Se prendesse di petto Enrico Letta fino a provocarne le dimissioni, passerebbe come il solito leader che per bramosia di potere dà nuovo impulso alla lotta fratricida che dilania la sinistra da oltre vent’anni. Ma se anche Letta accettasse di fare un passo indietro schiudendogli le porte di Palazzo Chigi (e non ne ha alcuna intenzione), il segretario del Pd verrebbe assimilato a un D’Alema qualsiasi, divenuto premier non per volontà degli elettori ma grazie a una «manovra di Palazzo». Seppure si ritrovasse al governo, poi, ci si ritroverebbe in condizioni non certo ideali. Dovrebbe convivere con alleati indesiderati (il Nuovo centrodestra di Alfano), dovrebbe affidarsi a gruppi parlamentari scelti non da lui ma da Bersani e soprattutto avrebbe ristretti margini d’azione su quel che oggi più conta: l’economia. Qualsiasi riforma varasse, infatti, darebbe i primi frutti in tempi lunghi e quell’allentamento dei vincoli europei che secondo molti è l’unica chance di ripresa per la nostra economia non avverrà (se avverrà) prima di un anno. Ma non sempre le cose vanno come vorremmo. E infatti Renzi ormai non esclude più nulla: né di tirare avanti nell’ambiguità per un altro anno, né le elezioni a maggio, né la staffetta con Letta al più presto. Sa di non poter dichiarare guerra al premier, ma sa anche che altri potrebbero farlo al posto suo. Notevoli sono infatti le forze che spingono per la staffetta: l’universo imprenditoriale e finanziario, deluso da Letta; il Nuovo centrodestra di Alfano, che ha bisogno di tempo per consolidarsi e teme l’ombra di Berlusconi; l’Udc di Casini, per le stesse ragioni di Alfano; la sinistra del Pd, che con Renzi premier rimetterebbe le mani sul partito; alcuni renziani della prima ora, timorosi che il Capo, col tempo, si logori e desiderosi di assurgere ad alti incarichi di governo. E la quasi totalità dei parlamentari, fisiologicamente contrari al salto nel buio rappresentato da nuove elezioni. Insomma, c’è l’imbarazzo della scelta su chi potrebbe orchestrare un ‘incidente’ parlamentare pur di ottenere l’agognato cambio di premier. E se non ci saranno imboscate, potrebbe esserci l’apertura formale di una crisi. Nel caso, si ritiene che sarà il partito di Monti a farsene carico. Una cosa è certa: nessuno, a parte forse Napolitano, ha più fiducia in Enrico Letta.