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Se il “governo di servizio” non serve più

Un attimo prima di lasciare il Quirinale dopo aver accettato l’incarico, lo scorso 24 aprile Enrico Letta annunciò l’intenzione di formare un «governo di servizio». Un governo straordinario figlio di circostanze straordinarie indiscutibilmente posto al «servizio del Paese». Punto. Nessuna velleità personale, nessun disegno politico particolare: semplicemente, servire il Paese in un momento di crisi tanto economica quanto politica. Viene dunque da chiedersi quale sia, oggi, l’interesse dell’Italia. E se le ultime scelte di Enrico Letta siano affettivamente in linea con quella nobile impostazione iniziale. E’ un buon servizio reso al Paese arroccarsi a palazzo Chigi? Davvero Letta ritiene che questo governo si stia dimostrando all’altezza delle aspettative? Piaccia o meno, l’8 dicembre scorso si è consumato un fatto politico fatalmente destinato ad alterare i precari equilibri delle larghe intese: Matteo Renzi ha conquistato il Pd, cioè il partito di gran lunga più forte dell’attuale maggioranza di governo. Il leader, ora, è lui. E su di lui sembrano scommettere non solo quegli italiani che lo hanno votato alle primarie, ma anche gli industriali e gli imprenditori. Persino Susanna Camusso, che tutto è fuorché un’estimatrice del segretario democratico, si è rivolta al premier con toni e argomenti ‘renziani’. In un libro del 2009 (‘Costruire una cattedrale’) Enrico Letta deprecò le dinamiche della Dc di De Mita, che negli anni Ottanta «non permise che il suo segretario diventasse presidente del Consiglio». Di più: «Non accettò di misurarsi col fatto che le moderne democrazie chiedono leadership e impongono personalizzazione». Non vorremmo che in quell’errore così lucidamente denunciato allora oggi Letta finisca per cadere. La politica ha infatti regole precise, spesso ispirate alla saggezza popolare: due galli nello stesso pollaio non possono convivere. Ma trattandosi di uomini e non di galli, una soluzione ci sarebbe: che Letta accantonasse il suo pur legittimo orgoglio, non reagisse alle provocazioni e si mettesse di fatto al servizio di Renzi. Non per masochismo, ma per realismo: perché senza la forza non c’è politica e la forza, oggi, ce l’ha il segretario. Il premier appare infatti irrimediabilmente debole. Si richiede dunque un atto quasi contronatura, per un politico. Ma se il punto è «servire» il Paese quell’atto sarebbe bene si consumasse. Viviamo in un’epoca in cui la politica è endemicamente debole. Perciò il minimo che si possa sperare è che i partiti siano forti e coesi attorno al proprio leader. Ci manca solo di replicare in salsa post-democristiana il ventennale scontro tra gli ex comunisti Veltroni e D’Alema. Abbiamo già dato, e stavolta non ce lo possiamo davvero permettere. Quel 24 aprile, Enrico Letta disse di sentire sulle proprie spalle «una responsabilità anche più forte e più pesante della capacità delle mie spalle di reggerla». Non si sbagliava. E’ giunto dunque il momento che, direttamente o indirettamente, quel peso passi su spalle diverse. Sperando siano in effetti più solide.