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Contendersi il timone mentre la nave affonda

Mai s’erano visti prima due naufraghi in pectore contendersi a mazzate il timone di una nave disalberata e alla deriva. O meglio, è gia successo. E’ successo al crepuscolo della Prima repubblica, quando Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani erano talmente concentrati a disputarsi il Quirinale da non rendersi conto che il mondo gli stava crollando addosso. Credevamo di entrare nella Terza repubblica, siamo invece ancora nelle code e nei tic della Prima. La nave Italia imbarca acqua e sulla tolda due aspiranti comandanti se le danno di santa ragione. Contraddizioni allignano in ciascuno dei due campi. Matteo Renzi, uomo delle primarie e del consenso popolare, si avvia a fare quel che aveva sempre escluso di voler fare: dare vita ad un governo nato non dalle urne ma, come usa dire, da una ‘manovra di palazzo’. Ma è lui l’uomo nuovo, comprensibilmente preoccupato dal rischio di un precoce invecchiamento in sala d’attesa. E se per una vita accarezzi il sogno di fare il presidente del Consiglio, nel momento in cui te lo chiedono tutti (parti sociali e partiti) ritrarsi è difficile. Ancor più soprendente l’atteggiamento di Letta, che in questo conferma la discendenza prodiana. Perché analogo a quello di Romano Prodi nel ’98 appare oggi il conflitto tra Enrico Letta e la realtà. Con la differenza che Prodi era stato eletto, mentre Letta è incoronato premier dal suo partito (e dal Quirinale) in un quadro d’emergenza nazionale. Un partito, il Pd, che identifica per statuto la figura del segretario e quella del presidente del Consiglio. Letta sfida invece apertamente il segretario facendo oggi quel che avrebbe dovuto fare non tanto in occasione dell’ultima direzione del Pd, quanto in occasione del voto di fiducia di dicembre. Ovvero: cambiare tutto, passo e uomini. Rinnega dunque il termine dei 18 mesi iniziali fissato per il suo governo e tira all’intera legislatura. Ma è chiaro che il «governo di servizio», formula con cui aveva battezza il suo esecutivo di necessità, non esiste già più: Letta combatte per l’onore, Renzi per il futuro. E’ l’eterna riproposizione d’una maledizione antica, la guerra civile a sinistra. Quel finire sempre per dilaniarsi ogni qual volta l’avversario (Silvio Berlusconi) pare battuto. Ma il gioco di Letta ha una sua efficacia. Rivolge infatti all’avversario le accuse più volte e da più parti ricevute: ora, l’uomo dei «poteri forti» è Renzi; ed è Renzi, ora, che vuole andare al governo senza passare per le elezioni. Sarebbe il terzo premier non eletto consecutivamente. Per Matteo Renzi il rischio è alto: un radicale cambio di registro nella narrazione che lo contraddistingue, uno sfregio alla propria immagine pubblica e la prospettiva di trovarsi premier in un momento difficile, con un partito sotto choc e una maggioranza ancora tutta da definire. Ma ritirarsi, ormai, non può. Né può illudersi che Letta gli consenta di uscirne mantenendo intatta la propria immagine virginale. E’ in corso uno scontro di potere: bisognerà che si concluda con un vincitore e un vinto. Con un voto, dunque. C’è solo da sperare che sia sufficiente il voto della Direzione democratica, perché se il conflitto arriverà in parlamento nessuno la controllerà più. Il mare, intorno a noi, è in tempesta: occorrono un nocchiero energico e una ciurma compatta. Un sogno?