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Soldi and Cervelli (Fiat Volunia tua)

Prendo un impegno, ma so già che non lo manterrò: non parlerò più dell’articolo 18 fino a quando le bocce saranno ferme. Parlerò d’altro. Di Massimo Marchiori, per esempio. Inventore di Volunia, genio italiano tornato in Italia, pronto a sfidare Google. E prendo spunto da una sua intervista rilasciata a una collega (la trovate qui: http://blog.quotidiano.net/gozzi/2012/02/08/marchiori-storia-al-contrario-di-un-cervello-in-fuga/). Partendo dal fondo, dalle ultime due domande e relativa risposte:
La ricerca italiana non brilla per risorse, i soldi come li ha trovati?
«Io sono stato fortunato perché avendo un po’ di notorietà ero assediato da investitori privati. La voglia di investire c’è».
Allora qual è l’inghippo?
«Manca il collegamento tra domanda e offerta. Cosa che invece in America funziona benissimo. Insomma, ci sono imprenditori che vogliono investire ma non sanno dove e brillanti laureati che non sanno cosa fare delle loro idee. Basta collegare le due cose. Semplice».

Il collegamento si chiama “capitale di rischio“, o venture capital, operatori che possono sostenere finanziariamente un’azienda anche, ma non solo, nella fase di start up. A che punto è l’Italia? Nel primo semestre 2011 — ultimi dati disponibili nel sito dell’Aifi, l’associazione italiana dei Private equity e dei venture capital — «sono state registrate 159 nuove operazioni, per un controvalore complessivo pari a 1.524 milioni di euro, corrispondente ad un incremento del 176% rispetto allo stesso periodo del 2010. La crescita in termini di numero di operazioni, invece, è stata pari al 23%».

Ma il diavolo sta nei dettagli. Prosegue il rapporto: «Il segmento dell’expansion si è classificato al primo posto per numero di operazioni, passate da 50 a 74, con una crescita del 48% rispetto al primo semestre del 2010, mentre l’incremento in termini di numero di operazioni è stato pari al 93%, con 280 milioni di euro investiti, contro i 145 della prima parte dell’anno precedente». L’expansion, però, come spiega la stessa Aifi, è il settore che punta a consolidare e a espandere aziende esistenti. Diversi, invece, sono i numeri dedicati alle start up che l’Aifi chiama early stage: «Sempre con riferimento alla tipologia di investimenti realizzati, il segmento dell’early stage ha mostrato valori in linea con il primo semestre dello scorso anno, con 50 operazioni realizzate (-2%) e un impiego di circa 40 milioni di euro (-2%)».
Mancanza di soldi o mancanza di idee? Dibattito aperto.