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Renzi tra spread e campagna del Belgio

Quel «non abbiamo rassicurazioni da dare» pronunciato ieri da Matteo Renzi a Bruxelles non è l’inizio di una campagna del Belgio, ma un timido segnale rivolto all’opinione pubblica italiana. E’ vero che, per la prima volta nel cuore dell’Europa tecnocratica in veste ufficiale, il presidente del Consiglio ha pronunciato parole apparentemente infiammabili, ma non è in realtà intenzionato ad appiccare il fuoco. Come, per ovvie ragioni di immagine, in Patria si barcamena tra piazza e palazzo, così in Europa si sente obbligato ad oscillare tra carota e bastone. Ma sempre e solo di comunicazione si tratta. Matteo Renzi è infatti stretto tra l’incudine delle elezioni europee di fine maggio e il martello dei mercati finanziari. Sa che per superare indenne la prova elettorale dovrebbe alzare davvero la voce con l’Europa, ma sa anche che se lo facesse l’Italia verrebbe percepita come un Paese strutturalmente debole e dunque incapace di onorare i diktat della Commissone europea. Ne coseguirebbe l’impennata dello spread. Cioè l’unico indicatore economico al momento rassicurante. Per capirci, ieri il differenziale tra i titoli pubblici italiani e quelli tedeschi era a 180 punti, con un rendimento del 3,44%: continuasse così per tutto il 2014, lo Stato italiano risparmierebbe 15 miliardi. Denaro che perderebbe all’istante qualora i rendimenti tornassero a crescere. Si credeva che sulla scia del discorso anti-austerity pronunciato a Strasburgo lo scorso 4 febbraio dal presidente Napolitano, Renzi sarebbe partito a testa bassa contro le tecnocrazie europee invocando la possibilità di sforare il famigerato 3% del rapporto debito-pil come hanno potuto fare Spagna, Portogallo e Francia. L’aveva teorizzato quando vestiva ancora solo i panni del candidato alle primarie del Pd, non l’ha più detto da quando è diventato premier. Raccontano infatti che Renzi si sia uniformato al parere del ministro dell’Economia Padoan, fortemente contrario ad ogni tentativo di sforamento del 3%. L’ha fatto per realismo: gli è stato infatti spiegato che la Commissione europea non avrebbe accolto la richiesta italiana e l’unica conseguenza di un’eventuale spallata sarebbe stata, appunto, un’impennata dello spread. Tutto questo è accaduto prima di mercoledì, quando il commissario europeo Olli Rehn ha denunciato gli «eccessivi squilibri macroeconomici» dell’Italia. Ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, ne ha rilanciato il monito e il fatto che da Roma Padoan abbia dovuto smentire l’intenzione di varare una manovra correttiva per trovare quei 6 miliardi che Bruxelles ci chiede al fine di evitarci una nuova procedura di infrazione è tutt’altro che rassicurante. Già in passato alle smentite in primavera sono seguite manovre aggiuntive in estate. Al governo Renzi viene infatti chiesto dall’Europa esattamente quel che fu chiesto al governo Letta e prima ancora al governo Monti: tenere in pareggio i conti pubblici e al tempo stesso varara un consistente pacchetto di riforme economiche. Solo dopo, pare grazie anche allo strumento degli accordi contrattuali, sarà valutata la possibilità di concederci parte delle risorse necessarie a finanziare le riforme. Quelle riforme che Renzi dovrà presentare a Bruxelles entro metà aprile proprio per «rassicurare» l’Europa. E con l’Europa i mercati.