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La Bologna di Cisco

Dal Qs-Il Resto del Carlino di ieri.
TORNA al PalaDozza per vincere, ma già solo rivedere quel palazzetto gli farà un effetto speciale. Stefano Recine non è più il capitano della Zinella che alla fine degli anni ottanta fece innamorare Basket City anche del volley. A 57 anni, il fisico è sempre quello invidiabile di un ‘tipo da spiaggia’, ma il ruolo è cambiato: oggi è il gm della Lube Macerata, favorita nella final four di Coppa Italia.
Recine, si ricorda di quella Zinella?
«Come potrei dimenticarla? Ne sono stato il capitano in un periodo magico, sono rimasto cinque anni e sono andato via soltanto quando proprio non potevo rinunciare all’offerta economica del Milan. Porto sempre nel cuore quel gruppo e il prof Zanetti, un maestro di vita, non solo di sport».
Ancora oggi, chi ama la pallavolo a Bologna ricorda la squadra di quegli anni.
«Bologna era la città più bella del mondo, in quei tempi, si rialzava da anni pesanti e aveva voglia di vivere, piena di universitari e vuota di delinquenza. Riuscimmo a fare breccia nel cuore di Basket City senza entrare in competizione, anzi: eravamo amici dei ragazzi di Virtus e Fortitudo, io uscivo con Giacomo Zatti e Nino Pellacani. C’era posto per tutti».
Conoscendo lei, De Rocco e Squeo, chissà gli scherzi…
«Ci divertivamo molto. Ma anche altri giocatori insospettabili, come Leo Carretti, erano dotati di grande umorismo e capaci di fare gruppo come poche volte ho visto, nella mia carriera».
Che cosa combinavate?
«Ci si divertiva in modo semplice. A noi bastava cantare in compagnia, all’osteria ‘La buca delle campane’. Io non ero molto intonato, ma organizzavo benissimo».
Vuol farci credere che vi limitavate al…karaoke?
«No, certo. Bologna era speciale, aveva un respiro europeo, la notte si stava benissimo fuori. Andavamo alla discoteca Hobby One. A volte per i canadesi Barrett e De Rocco il senso del limite era…singolare. Se non trovavamo da parcheggiare, loro scendevano e iniziavano a sollevare una macchina per spostarla e prenderne il posto. Noi li aiutavamo, il proprietario dell’auto non era contento».
Immaginiamo. E sul campo?
«Avevamo un allenatore che era anche un educatore, come Nerio Zanetti, una persona con valori morali importanti. Io arrivai l’anno dopo lo scudetto, giocavo opposto con Venturi alzatore, Carretti e Squeo al centro, De Rocco e Barrett martelli. Perdemmo in casa una finale scudetto contro Modena davanti a ottomila persone e con 40 gradi, allora c’erano meno controlli. L’anno dopo vincemmo la Coppa delle Coppe, poi i soldi iniziarono a calare. Io accettai di restare con i giovani, fino a quando fui costretto a partire, a malincuore».
E’ d’accordo con chi dice che la sua Lube sia favorita, sabato?
«Di sicuro non ci nascondiamo, noi e Piacenza puntiamo alla vittoria, ma Perugia e Trento sono squadre toste. Sarà una bella final four, in un campo bellissimo anche per chi gioca: perché la capienza è quella giusta e perché il pubblico è vicino al campo e si vede bene da ogni punto del palasport. Il PalaDozza è qualcosa di unico».