Sembra Tremonti, ma non lo è
Ricerche americane mostrano come, in politica ancor più che nella vita, il pregiudizio conti più del giudizio: del leader amato non si percepiscono infatti i limiti e le contraddizioni che invece nel caso dell’avversario politico balzano agli occhi in tutta la loro evidenza. Probabile dunque che chi ha simpatia per Matteo Renzi ieri abbia trovato motivi per esaltare il proprio sentimento al pari di chi lo detesta. Certo è che nel suo ‘mercoledì da leoni’ il premier ha superato se stesso quanto a capacità comunicativa. Un nuovo balzo in avanti nella rivoluzione dello stile politico: le slide, il telecomando collegato al videproiettore, gli slogan tipo «la svolta buona», l’interlocuzione diretta «con chi ci segue da casa». Assiepati nelle salette di palazzo Chigi, i vecchi cronisti (per definizione smaliziati e cinici) hanno inquadrato il tutto nel genere «televendita». E lo stesso Renzi in diversi passaggi della sua lunga conferenza stampa è sembrato assecondare con ironia quel genere televisivo e lo stile che presuppone. C’è chi l’ha giudicato un «Berlusconi al cubo» e chi «un Tremonti al quadrato», poiché come Tremonti quand’era ministro dell’Economia ha annunciato cose (il taglio dell’Irpef, il taglio dell’Irap, la tassazione delle rendite finanziarie…) senza che il Consiglio dei ministri appena concluso ne avesse licenziato i relativi provvedimenti. Ma si tratta, appunto, di pregiudizi. Rispetto al passato, infatti, Matteo Renzi ha introdotto una novità e anche su questa ha costruito una retorica: ogni suo annuncio si è concluso con una data. Facile dunque verificare se di bluff si è trattato. E’ come se avesse capito che l’unica maniera per vincere le resistenze politiche e tecnocratiche sia imporre il fatto compiuto. Mai s’era infatti visto un premier metter mano alle norme sul lavoro senza aver prima riunito attorno a un tavolo le parti sociali. Come nel caso della riforma del Senato, la mediazione semmai viene dopo. Poi, certo, la legge elettorale dovrà passare le forche caudine di palazzo Madama, mezzo Pd lo vorrebbe morto, la Ragioneria dello Stato dev’essere ancora domata e le autorità di Bruxelles convinte. Ma il fatto è che, ad appena 15 giorni dal voto con cui il parlamento gli ha dato fiducia, Renzi è riuscito tra le altre cose ad avviare due delle riforme più popolari del momento: abbassare le tasse e cambiare la legge elettorale. La sua speranza è che gli italiani se ne ricordino in occasione delle europee di fine maggio. Anche quelli a lui pregiudizialmente ostili.