Tutti contro il riformatore
Ha scritto Niccolò Machiavelli che «il riformatore ha nemici in tutti coloro che traggono profitto dal vecchio ordine e solo tiepidi difensori in tutti coloro che trarrebbero vantaggi dal nuovo ordine». E’ la condizione in cui si trova oggi Metteo Renzi. Il proposito di «cambiare l’Italia», dunque, non è solo ambizioso ma anche temerario poiché presuppone un duro conflitto con parti, partiti, poteri e apparati che prosperano nello statu quo. E pur quando sono apparentemente schierati su barricate opposte, come la Dc e il Pci durante la Prima repubblica regolarmente trovano un punto di equilibrio tra i rispettivi interessi. Ne risultano un sistema consociativo e un Paese bloccato. Il fatto che tutti si lamentino, poi, non significa che tutti siano inclini ad accettare il cambiamento. La visione imperante è quella particolare: se il cambiamento richiesto lede gli interessi di parte, non sarà certo il fatto che corrisponda all’interesse generale a renderlo meno indigesto. Lo scontro, dunque, è inevitabile e se non ci sarà vorrà dire che il vento rivoluzionario che ha spinto al governo il giovane Renzi s’è perso nei labirintici corridoi di palazzo Chigi. Ammesso che Tony Blair sia il modello cui il premier si ispira, giova ricordare che non appena prese casa a Downing Street l’allora quarantatreenne primo ministro sfidò non solo il sindacato ma anche gli industriali britannici. Non deve stupire, dunque, il fatto che Renzi abbia interrotto il rito, introdotto da Ciampi nel ’93, della ‘concertazione’ degli atti di governo con le parti sociali. E pazienza se il leader della Cgil Camusso e il presidente di Confindustria Squinzi si sentono trascurati. L’unica maniera per sperare di poter cambiare qualcosa è mettere le parti e i poteri di fronte al fatto compiuto. Facile a dirsi, in una congiuntura economica drammatica come quella attuale e con lo Stato obbligato dagli accordi europei a privilegiare la riduzione del deficit pubblico rispetto alla crescita economica. Non ci sono soldi, infatti. E senza soldi le riforme arrancano e non è possibile ‘indennizzare’ «coloro che traggono profitto dal vecchio ordine». Che le risorse siano scarse e difficilmente reperibili lo dimostra il fatto che Renzi non sappia ancora come ‘coprire’ l’intervento sull’Irpef. L’aver dichiarato guerra anche alle alte burocrazie pubbliche, Ragioneria dello Stato compresa, non rende più facile la ricerca.