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Lo sport migliora la salute del seno

L’attività fisica migliora la salute del seno a qualunque età si intraprende: è quanto scaturisce da uno studio su oltre 4 milioni di donne annunciato all’European Brest Cancer Conference a Glasgow. La sedentarietà si dimostra un fattore negativo, al contrario le donne più dinamiche, indipendentemente dal peso corporeo, hanno mostrato una minore tendenza a contrarre malattie come il tumore mammario.

La ricerca è stata condotta nel Prevention Research Institute di Lione e consiste in una analisi retrospettiva di 37 studi pubblicati tra il 1987 e il 2013. Lo sport, insomma, costituisce una modalità di prevenzione scongiurando l’insorgenza dei noduli della mammella, il meccanismo protettivo non è ancora stato chiarito.

Restando in tema di salute del seno, registriamo il parere di Giacomo Allegrini, Direttore di oncologia medica all’Ospedale di Pontedera. Quando si parla di tumore al seno ci si riferisce in genere al tipo istologico più frequente, il carcinoma infiltrante duttale. Tra i segni che più devono insospettire la donna ci sono: modificazioni del profilo cutaneo, eventuali secrezioni dal capezzolo o la comparsa di noduli prima non presenti. In questi casi è importante fare riferimento al proprio medico curante per una visita accurata. In seguito valutare esami di primo livello come strumentali di primo livello come la mammografia e l’ ecografia mammaria.
Fondamentale distinguere il tipo istologico, l’interessamento dei linfonodi e l’espressione dei recettori ormonali (per estrogeni e progesterone), l’indice di proliferazione e infine l’espressione o meno di una proteina di membrana chiamata HER2 (o l’ amplificazione del gene corrispondente).
L’arrivo di trastuzumab, più di dieci anni fa, ha rivoluzionato il trattamento e l’evoluzione delle forme HER2 positive, che tendono a evolvere in maniera più aggressiva, migliorando la prognosi tanto da essere considerato il gold standard. Presto il farmaco sarà disponibile in Italia nella formulazione sottocutanea. I risultati finali dello studio presentati a Glasgow dimostrano come oltre il 95% delle pazienti preferisca la modalità di somministrazione della terapia sottocute.