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La riforma del Senato e il senso del ridicolo

Stavolta non potrà finire come sulla legge elettorale; stavolta Matteo Renzi sarà costretto a fare di tutto affinché la riforma del Senato sia approvata dal parlamento (in prima lettura) nei tempi annunciati. Cioè entro il 25 maggio, giorno in cui si voterà per le europee. La fine del bicameralismo perfetto Camera-Senato è infatti considerata una riforma popolare e il premier ha bisogno di esibirla agli elettori nella speranza di mitigarne la tendenza a votare per i partiti cosiddetti «populisti». Il fronte del dissenso cresce di giorno in giorno, ed è già chiaro che il testo approvato dal governo verrà modificato. Renzi è irremovibile su quattro punti (i senatori non saranno eletti, non incasseranno un’idennità e non voteranno né la fiducia né le leggi di bilancio), ma se, ad esempio, la maggioranza vorrà togliere al Capo dello stato il diritto di nominare 21 senatori o vorrà introdurre il criterio per cui le regioni verranno rappresentate in proporzione ai loro abitanti, per il premier non ci saranno problemi. Tutto sembra contro di lui, ma è probabile che anche stavolta gli vada bene. Le resistenze di Ncd e montiani sono destinate a rientrare. In FI c’è chi immagina addirittura una politica dei due forni e i senatori recalcitranti del Pd saranno costretti a scoprire le carte: se vogliono qualche miglioramento al testo base, lo avranno; se vogliono impallinare la riforma per impallinare il premier, dovranno farlo a voto palese e dunque a volto scoperto. Difficile che osino tanto. Anche perché un’opposizione in via di principio sarebbe incomprensibile. E’ il caso del Movimento 5stelle, che ieri con Luigi Di Maio ha sostenuto l’opportunità che il Senato rimanga com’è, perché così può migliorare le leggi malscritte dalla Camera. Tesi avventurosa: le probabilità che una legge venga migliorata in seconda lettura sono infatti pari alle probabilità che venga peggiorata; mentre è certo che, facendo il Senato l’identico lavoro della Camera, i tempi del processo legislativo di allungano di conseguenza. Non resterebbe dunque che gridare alla «svolta autoritaria» assieme a Zagrebelski, Rodotà, Travaglio e Dario Fo. Ma ad opporsi sarebbe stavolta il senso del ridicolo. Bisognerebbe davvero esserne privi per sostenere che l’introduzione del monocameralismo sia antidemocratica, non foss’altro perché il bicameralismo perfetto esiste solo in Italia. Eravamo la patria della democrazia a nostra insaputa?