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Il Papa scarica la linea Ruini

Giovanni

Il Papa all’assemblea generale della Cei

IL RILANCIO della collegialità episcopale, la valorizzazione dello spirito di unità fra i vescovi, perché «la mancanza o comunque la povertà di comunione costituisce lo scandalo più grande, l’eresia, che deturpa il volto del Signore», le tentazioni delle chiacchiere, dell’ambizione, madre «di correnti, consorterie e settarismo», di quel ripiegamento che «va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute». Papa Francesco riprende il filo del discorso interrotto alla Professio fidei di un anno fa e, in quello che è il primo intervento di un Pontefice in apertura dei lavori dell’assemblea dell’episcopato italiano, rimarca le attese del «vescovo di Roma» sul futuro della Cei. Lo fa con piglio programmatico e senza omettere d’indicare le insidie/limiti che affliggono i vertici della Chiesa in Italia.

«IL POPOLO ci guarda», ammonisce Bergoglio, evocando la pellicola neorealista di Vittorio De Sica , I bambini ci guardano. Poco prima aveva ricordato che la presidenza dei vescovi è composta solo da «uomini del Papa», come a smorzare le tensioni della vigilia su alcune ricostruzioni di stampa che delineano un braccio di ferro dietro le quinte fra il nuovo corso, impresso dal segretario generale, Nunzio Galantino, e la vecchia guardia legata al numero uno attuale, Angelo Bagnasco. Per non deludere la base e soprattutto per restare fedeli al ministero episcopale, Bergoglio sprona i vescovi a tornare «all’essenziale», favorendo la corresponsabilità dei laici e l’azione di giovani e donne. Solo così «riuscirete a non attardarvi ancora su una pastorale di conservazione, di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente», non esita a mettere il dito nella piaga.

LE INSIDIE  della presunzione, della tristezza e della tiepidezza sono sempre dietro l’angolo. Per questo i vescovi devono ricordarsi di essere «pastori di una Chiesa che è comunità del Risorto», senza stancarsi mai «di lasciarsi cercare da Lui, di curare nel silenzio e nell’ascolto orante la nostra relazione con Lui». Uniti al Padre, certo, ma anche in comunione fra loro: non è un caso che Francesco distribuisca all’episcopato il discorso alla Cei (1964) di quello che, a conti fatti, è il suo predecessore preferito, Paolo VI. «È un gioiello», spiega, che pone alla Chiesa «una questione vitale», il servizio all’unità. Che non si difende «negando le diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane  e bella la sua Chiesa». Ne va del confronto interno allo stesso episcopato, del tutto assente, almeno a sentire l’ex vice presidente della Cei, Alessandro Plotti, il quale, qualche mese fa, in un’intervista (Jesus, febbraio) ha definito <un mortorio> le assemblee generali. Bergoglio evita gli affondi, ma lancia un appello concreto, senza fronzoli, affinché <in assemblea ognuno dice quello che sente, in faccia ai fratelli. Questo edifica la Chiesa, l’aiuta>.

IL RAPPORTO con il Padre e lo slancio per la comunione ecclesiale non esauriscono il profilo del vescovo, tratteggiato da Francesco. I pastori hanno anche il compito di servire il Regno, ovvero di <vivere decentrati rispetto a se stessi, protesi all’incontro>, in sintonia con quello ‘stato di missione permanente’ in cui il Papa ha posto la Chiesa dopo il varo dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium.  Va sovvertita la logica <tra ‘i nostri’ e gli ‘altri’>, bisogna superare <l’attesa sterile di chi non esce dal proprio recinto e non attraversa la piazza, ma rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada>, occorre affiancare <le persone lungo le notti delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti>. Il tutto per essere <lievito d’unità>. Sono tre i luoghi in cui per il Pontefice è maggiormente necessaria la presenza dei vescovi: la famiglia, penalizzata da <una cultura, che privilegia i diritti individuali e trasmette una logica del provvisorio>, <la sala d’attesa affollata> dei disoccupati e <la scialuppa> dei migranti.

NEL SUO PROGRAMMA per  l’episcopato italiano non s’incontra nessun valore non negoziabile, nessun progetto culturale, nessun ruolo guida della Chiesa nella società. La sintesi è affidata all’appello finale dell’intervento che indirettamente rilancia quella ‘scelta religiosa’, archiviata da Giovanni Paolo II nel Convegno di Loreto (1985) e dimenticata nel ventennio, molto politico, della presidenza Cei a guida Ruini: <Andate incontro a chiunque chieda ragione della speranza che è in voi: accoglietene la cultura, porgete con rispetto la memoria della fede e la compagnia della Chiesa, quindi i segni della fraternità, della gratitudine e della solidarietà, che anticipano nei giorni dell’uomo i riflessi della domenica senza tramonto>.

IN QUESTO anno e poco più di pontificato i vescovi hanno assistito in silenzio al ciclone Bergoglio. Nelle diocesi molti di loro <arrancano>, come ha ricordato Galantino nell’intervista al Qn, altri – non pochi – sbuffano e aspettano che tutto finisca. Il Papa lo sa e anche per questo ha voluto aprire l’assemblea generale. Per la Conferenza episcopale italiana è davvero l’ultima chiamata. Come Pietro con Gesù, ora anche per i vescovi è il tempo di rispondere sì all’imperativo evangelico ‘seguimi’.

Giovanni Panettiere

Twitter: panettiereg

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