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Meriam sarà libera, la mobilitazione stavolta è servita

L’incubo di Meriam forse sta per finire. La giovane donna cristiana sudanese condannata a morte per apostasia e che qualche giorno fa ha dato alla luce la sua bambina in carcere sarà liberata «entro pochi giorni». La sua drammatica vicenda, però, non è un caso isolato. Semmai è la punta di un iceberg. Un iceberg di persecuzioni, sopraffazioni di ogni tipo contro la minoranza cristiana. Maria V., Milano

Tra una poppata e l’altra e le cure al figlio di un anno e mezzo, che vive in cella con lei, per Meriam è scattato il conto alla rovescia. Il ritorno a casa, la fine di un incubo iniziato lo scorso febbraio quando è stata arrestata con l’accusa, prevista dalla sharia, di essere una «apostata» visto che suo padre era musulmano. L’annuncio della prossima liberazione è stato dato dalle autorità del Sudan dopo settimane di mobilitazione e forti proteste da parte della comunità internazionale che ha accusato il Paese di comportamento “barbaro” e “arcaico”. Arrabbiarsi, dunque, è servito. La voce di chi a tutti i livelli si è battuto ha ottenuto il risultato sperato: senza la grande mobilitazione pubblica sulla vicenda i politici europei forse non sarebbero intervenuti così prontamente. Perché la storia di Meriam dimostra che se ci voltiamo dall’altra parte per sfiducia e senso di impotenza, diventiamo complici.
laura.fasano@ilgiorno.net