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La guerra alle porte di un’Europa che non c’è

L’Europa è un’espressione geografica evidentemente priva di sostanza politica. Un’idea astratta, un sogno. Ma mentre noi ‘europei’ sogniamo e trasognati mettiamo faticosamente in scena la finzione di un governo comune accapigliandoci sui nomi di questo o quel ‘commissario’, attorno a noi fioriscono conflitti tutt’altro che onirici. E sono risvegli bruschi, accompagnati da un profondo senso di impotenza. E’ accaduto ieri con la notizia dell’abbattimento del boeing malese sui cieli ucraini operato dalle milizie filorusse. E’ accaduto il giorno precedente con la notizia dei bambini palestinesi uccisi sulla spiaggia di Gaza da un missile israeliano. Due errori, di quegli errori che in guerra capitano spesso; ma anche due campanelli d’allarme. E non parliamo qui retoricamente di ‘risveglio delle coscienze’ o di pacifismo: le campane che suonano a morto interrogano la politica, quella degli stati membri e quella della cosiddetta Europa, e ne smascherano l’inconcludenza. Alle porte di casa divampa il conflitto tra russi e ucraini e sale pericolosamente di intensità quello tra israeliani e palestinesi. Della crisi siriana ci siamo in apparenza dimenticati, della deriva fondamentalista irachena e delle sue ripercussioni sul vicino Iran faremmo bene a ricordarci. E allora, cosa fa l’Europa? Al solito, non fa nulla. Dibatte attorno al nome di Federica Mogherini come possibile Alto rappresentante di una politica estera europea che, in assenza di qualsivoglia unità politica tra gli stati membri, non c’è né mai potrà esservi. Osservava il giurista Carl Schmitt che i grandi spazi richiedono grandi potenze che vi mettano ordine. L’alternativa è il caos. Ecco, siamo al caos. Il ruolo di gendarme planetario esercitato durante la Guerra Fredda dagli Stati Uniti è venuto meno con la caduta del Muro di Berlino, e l’inettitudine di Obama sulla scena internazionale ha contribuito ad ufficializzare il fatto, sia pure con 25 anni di ritardo. I buoni sentimenti non fanno una buona politica. Ed è in nome dei buoni sentimenti che l’Occidente plaude alle «democrazie arabe» foriere di nuovi ma ingestibili autoritarismi e ama indignarsi di fronte alla politica egemonica di Mosca, impedendo così che le guerre più o meno convenzionali nei grandi spazi ex sovietici si concludano e un nuovo ordine si affermi in tempi rapidi. Del resto, a fronte dell’inerzia americana e dell’inconcludenza europea, quali sarebbero le alternative? Nei giorni scorsi, il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha auspicato che il semestre di presidenza italiana dell’Ue non si dedichi «solo agli affari interni», ma «costruisca anche una prospettiva di stabilizzazione e pacificazione a Est e a Sud dell’Europa». Parole sante, ma fondate su un assunto astratto: che l’Europa, cioè, esista, che abbia una sua identità e che e sia capace di fare politica. Una politica, orribile a dirsi, «di potenza».