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Carta straccia

L’invasiva e indomabile burocrazia commerciale è un fiume limaccioso da arginare. Il torrente d’illeggibili info è un tiranneggiamento per i consumatori, che vengono surclassati di bollini ed etichette il cui primo pensiero è destinato al bidone della differenziata. Mi è capitato l’altro giorno: compro un completo da sci (il mio pallino), mi monta, ancor prima di pregustarmene l’indossatura, l’ansia da prestazione da etichette: il materiale, il marchio Ce, la prezzatura, la garanzia, i risultati delle analisi della composizione, il disegnino con gli strati, lo slogan. Almeno un malloppetto di sei cartellini appiccicati l’uno all’altro, sostenuti a loro volta da un braccialetto di plastica, che mi genera altra ansia da prestazione. Da taglio, stavolta. Perché non bastano le forbicine, ma ci vogliono le tronchesi.

Per carità, tutte info importantissime, ma che si potrebbero riassumere magari in uno o due foglietti, senza marchi sfavillanti. Insomma: mettetevi d’accordo e si eviterà la diabolica penitenza al consumatore che così non dovrà pentirsi d’aver acquistato quella roba. In genere, quelle etichette sono di carta e mi hanno insegnato che la carta è un bene prezioso che non va imbrattato senza criterio. A un bimbo, se si ha un minimo di comprendonio, lo si educa consegnandogli un foglio dove disegnare, senza straripare in altri dieci. Prima si disegna bene una cosa, poi, semmai, un’altra. E’ l’elementare principio dello stare nei contorni. Quello che ti insegnava la maestra. Idem dovrebbe essere nel commercio. Il prodotto non cresce in maniera direttamente proporzionale alle etichette. Due bastano, con le info necessarie e sufficienti.

L’assurdo si raggiunge in altri campi: ricevute di fax, controricevute di garanzia, tutta carta che dopo un centesimo di secondo viene rispedita al macero, frutto d’una botta e via. E gli scontrini? Forniamo il consumatore d’una tessera, passiamola in una macchina e registriamo il suo acquisto. Perché consumare foreste e foreste di roba che poi gettiamo nel rusco? Ma avete presente le istruzioni della roba digitale? Complicano la vita e potrebbero essere riassunte nella metà delle pagine. No, anche lì vige la paranoia del cervello burocratico e via malloppi indigesti di lettere che nessuno leggerà mai. E’ come la logorrea. La insana e insanabile lungaggine di certi pallosi che scrivono libri di migliaia di pagine, salvo rendersi conto che nessuno mai si sorbirà la pappardella. E allora viva il poco ma buono, Twitter, che ci insegna a scrivere e a essere sintetici, icastici ed espressivi, soprattutto. Viva il giornalismo. Viva la sua sintesi. I suoi flash. Che ci insegnano a scrivere, a parlare, a stare al mondo. Guardiamoci bene dai sermoni. Dai trattati. Dalle dissertazioni. Cibo per gli archivi. E per pochi compulsivi maniaci delle virgole e dei commi. Le foreste ringrazieranno, i nostri timpani pure.