Marò. Intervista a Giulio Terzi. «Sacrificati a interessi economici.Ora serve un’operazione verità». L’ex ministro Terzi: siamo in una giungla, il governo si rivolga all’Onu
«L’Italia evita le vie maestre del diritto e sceglie invece i sentieri della giungla. Questa è la mia sintesi sulla questione dei marò».
Giulio Terzi di Sant’Agata, già ambasciatore a Washington, ha lasciato la
carica di ministro degli esteri il 26 marzo dell’anno scorso quando si
decise di rimandare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in India.
L’ex titolare della Farnesina ripete ancora oggi che quella decisione fu presa sulla spinta di interessi economici.
«Lo disse chiaramente il presidente del consiglio Mario Monti nel suo
intervento del 27 marzo. Cambiammo una posizione enunciata a tutto il
mondo con i comunicati dell’11 e del 18 marzo 2013.
Furono infatti gli indiani a violare gli affidavit. La Corte Suprema di Nuova
Delhi aveva detto che i due paesi dovevano avviare consultazioni sulla
base della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto Marittimo, in sigla
Unclos, articolo 100. Noi eravamo disponibili. L’India disse che non se ne
discuteva neppure».
Invece?
«Il 21 marzo la posizione del governo italiano fu ribaltata nel giro di poche ore».
Come mai non sono state coinvolte le Nazioni Unite?
«Ho informato il segretario generale del Palazzo di Vetro Ban Ki moon a
Londra a margine della conferenza sulla Somalia, 8 o 9 giorni dopo il
sequestro dei nostri fucilieri. Fu una trappola nella quale caddero la
squadra navale e il comando operativo interforze che autorizzarono la
Lexie ad andare a Kochi. Fui informato dalla difesa solo 5 o 6 ore dopo».
Come mai?
«Non si è mai capito il motivo del ritardo».
In ogni caso quale fu la risposta di Ban Ki moon a Londra?
«Mi disse: la questione deve essere risolta secondo il diritto internazionale. Me lo ha ripetuto almeno venti volte».
Quindi l’arbitrato internazionale, che l’Italia invece ha lasciato cadere.
«Torniamo all’Unclos, prevede una procedura di 30 giorni per avere
misure cautelari, ossia l’affidamento dei marò a un Paese terzo, fino alla
decisione della corte di Amburgo sul merito, in due o tre mesi. Su questa
base a metà marzo avevamo deciso di trattenere Latorre e Girone in
Italia. Invece poi per un anno e mezzo non si è fatto nulla».
Perché?
«Per non smentire l’operato di Monti. La cosa si è trascinata fino al
governo di Renzi. E’ un motivo politico. Il progetto di
internazionalizzazione è finito. L’unica volta nella quale Renzi dice di aver
parlato dei marò è stato al G 20 di Brisbane in un corridoio con Modi
durante una pausa caffè, senza un incontro bilaterale. Avremmo una
potenzialità enorme di risolvere il pasticcio».
Come?
«Sollevando la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La
lotta alla pirateria è all’ordine del giorno almeno ogni due o tre mesi. In
ogni caso l’Italia potrebbe chiedere una discussione dopo un’azione
preparatoria con i paesi nostri amici, gli Usa per esempio. Come si fa la
lotta alla pirateria senza l’immunità funzionale ai militari che vi
partecipano?».
Altre vie?
«Mi risulta che durante il governo Letta sia stata sondata a Ginevra la ex
alta Commissaria dell’Onu Navi Pillay. Mi consta che la porta fosse
aperta,ma non è stato fatto nulla. Infine c’era un terza possibilità».
Quale?
“L’8 luglio scorso il presidente della Croce Rossa Internazionale Peter
Maurer ha inviato una lettera alla presidenza del consiglio e ai ministeri
interessati sul caso dei fucilieri di marina. Citava considerazioni
umanitarie. Offriva i suoi buoni uffici. Non c’è stata nessuna risposta.
Latorre è stato male, si sa di sofferenze psicologiche di Girone. Pensi con
quale maggior peso sarebbe stata sollevata la questione”.
Si torna agli interessi.
“Vorrei che qualcuno dichiarasse pubblicamente i motivi per i quali un
anno e mezzo fa c’è stata quella decisione”.