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TAV/In Francia i cantieri vanno avanti. “Non vogliamo tornare ai cavalli”

 SAINT JEANNE DE MAURIENNE (DIPARTIMENTO DELLA SAVOIA)
 DAVANTI al Comune Vito Pascali, 46 anni, lontane ascendenze friulane,
 annuisce con vigore: «Manifestazioni qui? Oh certo, ne abbiamo avute tante.  Sa che la fabbrica di profilati di alluminio Rio Tinto – Alcan, 600  dipendenti diretti e 2000 nell’indotto, rischia di chiudere?». Quando gli  spieghiamo che siamo venuti in Paese perché da qui dovrebbe partire il
 tunnel dell’Alta Velocità Lione-Torino, Vito cerca di recuperare: «Ah sì è  vero, c’è qualche agricoltore da voi che protesta, in fondo è  comprensibile».
 
 CI SIAMO lasciati alle spalle il frastuono italiano. Nell’assemblea vibrante  che si è tenuta a Bussoleno venerdì sera il secondo intervenuto No Tav ha  annunciato: «Non gli faremo fare la guerra come vogliono loro». «Le forze  dell’ordine sono forze di occupazione, ma, al momento, non prendiamo il  mitra», ha «promesso» una giovane che copriva con un foulard rosso la ferita aperta da un colpo di manganello. Qui, a Saint Gobain, un sobborgo di  Modane, Franco Segatti, 60 anni, padre friulano, un ex lavoratore della  cartiera Matussier che dal primo dicembre si gode la pensione, osserva senza
 battere ciglio i due scavi di sondaggio fatti a poche decine di metri da casa sua dalla società Ltf, ‘Lione-Torino ferrovia veloce’, il ramo francese  dell’alta velocità sui binari: «Sono passati un po’ di camion per qualche  tempo. I treni correrano a 500 metri di profondità sotto la mia abitazione.  E allora? Non vogliamo tornare ai tempi dei cavalli. Eppoi vogliamo o no  togliere i camion dalla strada? Fanno un sacco di fumo e sono pericolosi per  gli automobilisti…».

 Miracoli transalpini. I tre scavi di esplorazione sono finiti da un paio di anni, mentre da noi, a Venaus, deve ancora partire il  primo. Anche per il sindaco Jean Claude Raffin, 54 anni, capo della lista di  centro sinistra ‘Ensemble pour Modane’ che ha vinto le elezioni nel 2008, la prima ragione della scelta per la ferrovia è la necessità di prosciugare il  mare di Tir che ingolfa il tunnel del Frejus. Eppoi? Il primo cittadino  illustra una procedura complessa di consultazione e un lungo, tenace  negoziato con la Ltf.

Da noi – si compiace – prima di ogni grande progetto  si fa sempre una inchiesta pubblica. Per uno o due mesi il dossier  sull’opera è consultabile in Municipio. Un relatore nominato dal tribunale  per un giorno alla settimana raccoglie le obiezioni e i suggerimenti dei  cittadini e delle categorie economiche. La stessa Ltf poteva essere chiamata  a fornire delucidazioni. Una volta conclusa la consultazione, il consiglio  comunale vota: noi abbiamo approvato all’unanimità la struttura ferroviaria sei anni fa. Alla fine il prefetto del dipartimento, nel nostro caso la  Savoia, mette il sigillo. Dopo non si può più tornare indietro».
 
 SEMPLICE, chiaro. Il sindaco ha in mente un lungo elenco di vantaggi e di trattative. La filosofia è semplice: «Negoziare è sempre meglio che bloccare». «Siamo – spiega – una città di frontiera. Il trattato di Shengen ci è costato mille posti di lavoro in meno. Con i due cantieri di scavo
 abbiamo avuto una presenza di circa 240 persone che hanno portato soldi al  commercio, ai ristoranti, agli hotel. La crisi è arrivata da noi 3 anni dopo  rispetto ad altre zone del Paese». La Ltf ha versato 100 mila euro a un  ufficio progetti del Comune. Raffin pensa già ad interventi nel settore
 turistico e a corsi di formazione per la sicurezza nel tunnel. «Ogni posto di lavoro in più – riassume – è una vittoria. I dieci-quindici anni di  attività del Gran Cantiere dovranno lasciare segni che durino nel tempo.  Penso a case recuperate o nuove per gli anziani e a un nucleo di medici  radiologi che poi resterà in paese». Un problema può sempre diventare  un’opportunità.