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Le bombe di Gheddafi

SE IL PREMIER francese Hollande non pare proprio un’aquila, anche il suo predecessore Sarkozy, Carla Bruni a parte, non ha lasciato di sé segni memorabili. Ricordo ancora quando l’Eliseo lanciò la crociata dell’Occidente contro il dittatore libico Gheddafi al grido di «Abbasso i tiranni, non possiamo tenerci il nemico numero uno a due passi da casa!». Ci raccontarono che, eliminato il raìs, tutto sarebbe stato tranquillo nel Mediterraneo e che Tripoli sarebbe tornata ad essere bel suol d’amore. A DISTANZA di così pochi anni, la situazione non si è affatto normalizzata, anzi è precipitata nonostante Gheddafi e i suoi famigli siano morti e sepolti. I terroristi dell’Isis, dietro l’angolo, ci minacciano beffardi: «Attenti, siamo a sud di Roma», per non parlare di Milano che, nei prossimi mesi, ospiterà l’Expo.

Siamo già stati costretti a correre ai ripari con la chiusura dell’ambasciata italiana e la fuga dei nostri concittadini dalla Libia: verrebbe proprio da pensare che si stava meglio quando si stava peggio.
Cosa dicono, oggi, Sarkozy e tutti i soloni che appoggiarono la cacciata e l’uccisione del colonnello? Se gli unici bombardamenti del dittatore nei nostri confronti, a parte un raid aereo, furono quelli con il pallone del figlio Saudi che fece finta di giocare in serie A o il botto dell’entrata nel capitale della Fiat, oggi le bombe di Tripoli rischiano, purtroppo, di essere molto più deflagranti e di farci veramente male. Oui, je suis Sarkozy.
giancarlo.mazzuca@ilgiorno.net