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Il vizio del lavoro (che non c’è)

I posti di lavoro hanno un brutto vizio: non si creano da soli. Si creano con l’intrapresa che parte da un’idea, da un’espserienza e da un sogno, o dal far virtù di necessità, e la realizza in una fabbrica di prodotti e servizi, altri sogni e altre esperienze. E si creano ridando fiato — credito e sostegno — a chi l’ha perso per competere superando ostacoli di cui spesso porta il peso ma non la colpa. Nel Novecento si parlava di atomi, oggi anche di bit. Ma la sostanza cambia poco, la domanda a cui rispondere rimane una: come si creano buoni posti di lavoro? Come può crearli un paese come l’Italia? La risposta è una sola: crescendo. Facendo crescere non solo la ricchezza, ma l’economia.

Gian Maria Gros Pietro, economista, sul Sole 24 Ore di ieri, ha prodotto un’analisi da condividere: partendo dall’analisi degli ultimi dati sulla produzione industriale a gennaio (meno 5% rispetto a un anno prima) sottolinea la dura sofferenza dei settori legati a una domanda interna depressa dalla crisi e, per controcanto, le performance di aziende che «appartengono ai settori più vari, e hanno in comune due caratteristiche: dispongono di prodotti innovativi, spesso con contenuti tecnologici di rilievo, e hanno accesso ai mercati internazionali in crescita, quelli emergenti» (a completamento dell’analisi di Gros-Pietro, potete consultare il monitor dei distretti elaborato da Aspen Institute e il centro studi di Intesa Sanpaolo). Se la domanda interna langue — è l’analisi — bisogna puntare sui mercati esteri, quelli che crescono. Le tre priorità di una politica di sviluppo, secondo Gros-Pietro, diventano, di conseguenza le seguenti: riforma del mercato del lavoro, sostegno all’innovazione e strumenti di penetrazione nei mercati.
Ciascuno di questi tre capitoli vale da solo un’enciclopedia e più finanziarie. Alcune considerazioni:

1) riforma del mercato del lavoro. In Italia si parla soltanto dell’articolo 18. Per fortuna, se non si hanno pregiudizi appare chiaramente, il governo non la sta mettendo giù in questo modo. Le parole espresse giovedì dalla vedova di Marco Biagi, però, rendono giustizia al giuslavorista bolognese: ‘’Mi diceva: dobbiamo rendere la precarieta’ in qualche modo protetta, cioe’ fare in modo che quelle persone abbiano anche dei diritti’’. Non era contro la precarietà. Basterebbe, anche col minimo di buonafede, pensare a cosa fosse il lavoro nero e precario prima della riforma Treu e poi di quella che porta il suo nome. E riconoscere una banale verità: l’alternativa ai posti di lavoro precari non è mai stato, nella realtà, il posto fisso. E’ non avere quei posti di lavoro o averli in nero.

2) Sostegno all’innovazione. Possiamo cavarcela prendendo al volo l’ennesima occasione per chiedere soldi pubblici (che non ci sono) a favore di questo o quel progetto. Sarebbe meglio dedicarci a sburocratizzare il paese (vedi caso British gas), a puntare sull’istruzione tecnica, a potenziare scuola e ricerca. Ma, soprattutto, agevolando le start up (anche dal punto di vista fiscale) e il venture capital. Siamo molto indietro, il rischio è che ci staremo ancora per un po’ specie a vedere i dati sul credito alle imprese resi noti ieri da Cgia di Mestre e Confesercenti: al secondo semestre del 2011 va il record negativo, nell’arco degli ultimi 14 anni, della contrazione del credito, sceso del -2,4% per le imprese e del -1,6% per le aziende familiari (Cgia). Per quattro Pmi su 10 nel 2011 la stretta sul credito si e’ fatta piu’ dura; il 37% delle aziende ha denunciato ‘maggiori difficolta’ ‘’nell’accesso al credito rispetto” (Confesercenti).

3) Strumenti di penetrazione sui mercati. Siamo piccoli, siamo pochi. Vi ripropongo alcune riflessioni da una visita in Cina nell’agosto del 2008: all’uscita di Villaggio Italia c’erano solo Volkswagen, neanche una Fiat. Chiedo a un funzionario cinese: “Come mai?”. Risponde: “A Pechino non ce ne abbiamo trovate abbastanza”. Avrà detto la verità?

Ma mettendo tutto insieme qual è il prodotto dei fattori? L’esigenza di una politica industriale forte. Europea, solo italiana non basta più.