Lavoro, più virtuosi dei tedeschi
LAVORARE di più e più a lungo nell’Italia invecchiata e in declino di produttività. Un obiettivo, un impegno ma pure un ritornello che indica nel lavoro il principale fattore della perdita di competitività del sistema paese. Eppure non è sempre o solo così.
Certo la insufficiente flessibilità viene indicata come una delle cause più rilevanti dell’idiosincrasia degli investimenti esteri in Italia, ma non è stato marginale il contributo del lavoro alla crescita della produttività dal 1980 al 2009: il risultato poteva essere molto migliore ma è condizionato dalla dinamica dell’ultimo decennio, quando la produttività ha registrato la flessione media annua dello 0,5% nonostante l’aumento (0,4%) delle ore lavorate. Il paese fatica, addirittura arranca negli ultimi anni della crisi nonostante la classifica 2010 del Dipartimento americano ponga a sorpresa gli italiani al vertice delle ore annue lavorate (1.778), davanti a Giappone (1.752) e Usa (1.741), Francia (1.439) e Germania (1.419). Più attivi quindi, ma peggio retribuiti: l’Ocse ci relega come stipendio in coda ai paesi più industrializzati. I 19 mila euro di salario medio netto del Belpaese sono molto distanti dai 30 mila del Regno Unito, dai 25 mila americani come pure dai 24 mila tedeschi. Naturalmente c’è chi sta molto meglio: bonus straordinari e liquidazioni esclusi, i 300 top manager di piazza Affari hanno visto le loro retribuzioni aumentare del 17% malgrado le cattive performance dei loro titoli in Borsa. Il giudizio complessivo lo dà l’Ocse: nel Belpaese la disuguaglianza continua ad aumentare.
IL PESO del declino non può essere addebitato al solo lavoro: uno studio dell’economista Riccardo Galli, rivela come il ritorno sul capitale investito sia fortunatamente salito dal -10% degli anni 90 all’8% circa del 2010. La vita media degli impianti è aumentata da 10 a 17 anni ed è diminuito il tasso medio di ammortamento. Tradotto in modo un po’ semplicistico dal linguaggio economico significa che l’impresa nell’ultimo decennio ha smesso di scommettere su se stessa e sull’Italia, o quantomeno sugli impianti italiani. Guadagna di più, ed è un dato del tutto positivo, ma investe meno, e mantiene in vita attrezzature sempre più vecchie in un paese sempre più vecchio. Un cocktail di fattori ancor più depressivo se sommato alle infrastrutture inadeguate, alla pressione record delle tasse, ai costi della burocrazia che si materializzano in quel cuneo fiscale che pesa sulle casse delle aziende e impoverisce le buste paga delle famiglie. Dunque lavorare di più può non bastare, se il complesso del paese non crede più in sè. E può non bastare il lavorare più a lungo: la pensione a 67 anni ha pochi uguali in Europa, neppure la Germania è più virtuosa di noi. Tutto questo è indispensabile, ma serve pure qualcosa in più.