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Alonso e i Grandi Ritorni (in Malesia)

A proposito di (possibili) grandi ritorni.

Nella mia lunga e (dis)onorata carriera, credo di aver seguito all’incirca trecento Gp dal vivo. Troppi, lo ammetto.

A parte le tragedie di Imola94, non ho dubbi.

La corsa più affascinante, per premesse-contesto-epilogo, fu sicuramente quella di Sepang datata 1999.

Once upon a time in Malaysia.

Per la prima volta la F1 sbarcava in un quel paese. Emergente secondo le tabelle del Fondo Monetario. Il che significa opulente, ostentate ricchezze a contatto con una miseria micidiale. Uscivi dal circuito e pochi chilometri più in là c’erano villaggi fatti di catapecchie. Dove peraltro, alquanto misteriosamente, trovavi i dvd dei nuovi film di Hollywood, nemmeno arrivati nelle sale californiane o europee. Boh.

Allora, dobbiamo andare a Kuala Lumpur e Schumi, reduce dal brutto schianto di Silverstone, decide di sottoporsi ad un ultimo test al volante in quel del Mugello. Io vado, Michelone gira per tutto il giorno fin quando viene in sera e in sala stampa lo aspettiamo convinti che dirà di essere pronto al rientro. Cappero, ha percorso più della distanza di un Gp!

Invece il mio eroe ha una faccia scurissima, afferra il microfono e sbotta: mi dispiace, non ce la faccio, ho capito di non essere in grado di correre, in Malesia con Irvine ci sarà ancora Salo, auguri e baci.

Prego?

Sulla autostrada del Sole come sempre va a finire che piove e io chiamo Montezemolo dal cellulare. Il presidente è avvilito, insomma, sarebbe stato bello se Schumi avesse potuto dare una mano a Eddie nella lotta contro Hakkinen, si vede che era destino.

Non era destino.

Non era destino?

La mattina dopo telefona la segretaria del presidente col ciuffo a tergicristallo e fa: aspettiamo lei e i giornalisti a Fiorano nel tardo pomeriggio per un annuncio.

Aaaahhh, forse è destino.

Alle cinco de la tarde si spalancano i cancelli del circuito di casa. Schumi è in giacca e cravatta. Irvine pure. Todt sembra un pinguino strizzato in una sorta di smoking. Montezemolo, elegantissimo, è in brodo di giuggiole. Dichiara: Michael ha riflettuto, ci ha ripensato, va in Malesia per aiutare Eddie e la squadra. Il quale Eddie mi strizzava l’occhio in continuazione: gongolava, più di quanto aveva accolto completamente ignudo una giornalista inglese (da lui detestata) che gli aveva chiesto un’intervista quando era stato ufficializzato il suo ingaggio da parte della Ferrari, a fine 1995.

Ovviamente io sono felice come un tacchino scampato al cenone di Natale.

Mi si avvicina un pezzo da novanta della squadra capitanata dal Pinguino francese.

Un amico.

Mi fa: ohi, sai cos’è successo?

Ma io no.

Beh, l’avvocato dopo il test al Mugello la mattina successiva ha telefonato a Villa Schumi in Svizzera. Ha risposto la bimbetta Gina Maria, neanche tre anni. Al presidente ha detto che papà non poteva venire alla cornetta perché nel parco a giocare a pallone. Il presidente ha fatto due più due e ha informato Todt che era stata cambiata la prenotazione sul volo per la Malesia. Al posto di Mika Salo, era stato inserito un altro nome e un altro cognome.

Michael Schumacher.

Io scrissi questa cosa, ovviamente. Mai smentita, se non anni e anni dopo.

E andammo tutti all’aeroporto .

Destinazione, Kuala Lumpur.

(1, continua)