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Superbatteri e resistenza agli antibiotici. Polmone e vescica gli organi più colpiti

Potrebbe costare la vita a 80 mila persone nel Regno Unito la diffusione di una nuova generazione di germi resistenti agli antibiotici. Numeri da guerra batteriologica, capaci di mietere vittime innocenti forse anche più del terrorismo armato. Secondo un rapporto del governo britannico uscito sul Guardian, un’ecatombe microbiologica è uno scenario teorico fino a un certo punto, tanto che il primo ministro David Cameron ha detto di temere un ritorno agli anni bui, quando la medicina non riusciva ad arginare le ondate epidemiche. Riemerge l’incubo di malattie dai nomi sinistri come la piaga della peste, il colera, la lebbra, il virus aids, la tbc o ebola. Tra i batteri più insidiosi si fanno strada alcune vecchie conoscenze, l’Escherichia coli, la Klebsiella pneumoniae e lo Staphylococcus aureus.

«L’Italia è tra i paesi occidentali a rischio – ha dichiarato Marco Tinelli, consigliere nazionale della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – stiamo affrontando sia a livello globale che locale delle emergenze epidemiologiche, in alcuni casi drammatiche, causate dalla sempre più grande diffusione di ceppi batterici con sensibilità a poche o addirittura nessuna classe di antibiotici».

Sono più di quattro milioni gli europei colpiti da infezioni, con una stima di 147mila morti ogni anno per emergenze che non si riescono a gestire nemmeno in ospedale con terapie sofisticate. Le infezioni letali più frequenti sono le polmoniti, a seguire le proliferazioni batteriche a livello dell’apparato urogenitale (rene, vescica, prostata e apparato riproduttivo nell’uomo, utero, vagina e annessi nella donna). Particolarmente frequenti anche le setticemie propagate attraverso il sangue e i contagi di origine gastrointestinale.

L’Oms Organizzazione Mondiale della Sanità, nel primo rapporto globale pubblicato nel 2014, ha dichiarato che la resistenza dei batteri agli antibiotici rappresenta una minaccia reale per la salute pubblica. Questo problema è aggravato dal fatto che al momento non ci sono nuove importanti classi di antibiotici in fase di sviluppo. Esistono però valide alternative per sbarrare la strada alle infezioni comuni del tratto respiratorio e urinario. Occorre migliorare le norme igieniche e ridurre ulteriormente il ricorso agli antibiotici per riservare a questi farmaci un ruolo efficace nelle complicanze più impegnative.

Alessandro Malpelo, QN Quotidiano Nazionale, 6 aprile 2015