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Nell’Italia del 2015 donne, sport e dilettantismo

Quando il presidente della Fgci, Carlo Tavecchio, appena eletto ha confessato come «finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio», le sue frasi sono subito state stroncate da un unanime coro i fischi e polemiche. Eppure, sulle donne, Tavecchio non ha fatto altro che squarciare il velo di ipocrisia che avvolge il mondo dello sport professionistico: in Italia le donne sono escluse dal professionismo sportivo. Elisabetta G. Milano

 

PER CERCARE di cambiare l’imbarazzante situazione adesso arriva però una petizione indirizzata al presidente del Coni Malagò su change.org che in poche ha già ottenuto oltre 3.500 firme. L’hanno lanciata le giocatrici della squadra di rugby femminile di Roma All Reds. Perché non è solo una questione di titoli, che rende ridicolo definire “dilettanti” sportive come Federica Pellegrini o Francesca Schiavone. Ma anche di tutele: essere professioniste permette di accedere alle garanzie previdenziali, sanitarie, contrattuali previste per i lavoratori del settore. Oggi le atlete italiane che fanno dello sport il loro «lavoro» sono costrette a gareggiare da dilettanti, senza eccezioni, perché nessuna federazione permette loro di accedere all’attività professionistica. Il principio è semplice: anche se ti alleni una vita e raggiungi buoni risultati, sei comunque condannata a restare una dilettante solo perché sei donna. Sembrerebbe di stare nell’Ottocento, e invece no. Siamo nell’Italia del 2015.

laura.fasano@ilgiorno.net