Tetto alle tasse / Mingardi
di Paolo Giacomin
MILANO, 17 marzo 2012 – Mettere un tetto alla pressione fiscale nella Costituzione è una strada percorribile?
«Più che altro, è necessario: l’alternativa è il disastro — risponde Alberto Mingardi, direttore del’Istituto Bruno Leoni, think tank che promuove idee per il libero mercato —. È assurdo che lo Stato si appropri, come fa oggi, di più della metà del reddito di una persona. Per molto meno in altre epoche storiche sono scoppiate vere e proprie rivolte fiscali! In un Paese come l’Italia che è, a essere generosi, in stagnazione sul piano economico, la riduzione della pressione fiscale è un passo necessario per tornare a crescere. Mettere ordine in modo strutturale nelle finanze pubbliche, attraverso regole fiscali stringenti come proposto la scorsa estate dalla modifica dell’articolo 81 patrocinata da Nicola Rossi ed altri, ne è la necessaria premessa».
Qualcuno dice che le regole di bilancio servirebbero a poco…
«Le regole di bilancio non sono automaticamente efficaci. Chi sottolinea questo aspetto non ha torto. Non basta mettere il pareggio di bilancio in Costituzione per avere una spesa pubblica più frugale e sostenibile. E’ una questione di cultura, non solo di regole, e purtroppo la nostra esperienza, per esempio con i parametri di Maastricht, è che gli Stati tendono a ignorare o aggirare le regole di bilancio»
Tutto inutile, allora?
«Non necessariamente. Se dobbiamo indurre un cambiamento anche culturale, nelle dinamiche della spesa pubblica, dobbiamo agire sul piano costituzionale. È a livello delle regole del gioco che è necessario incidere, perché devono essere circoscritti, limitati gli ambiti del gioco politico. Da questo punto di vista, è ancora più importante il tetto massimo alla spesa pubblica del pareggio di bilancio. Porre un limite al complesso delle spese è necessario per qualsiasi, reale processo di razionalizzazione della spesa. Da quanti anni si parla di lotta agli sprechi e, puntualmente, non si fa nulla?»
L’Istituto Bruno Leoni ha proposto il 45% del Pil. È sufficiente?
«Ritengo sia un tetto spaventosamente alto. Ma deve farci riflettere la reazione della politica. Come è possibile sostenere, in buona fede, che non sia sufficiente, che lo Stato italiano abbia bisogno di più del 45% del Pil, di quasi metà del prodotto interno lordo, per provvedere alle sue funzioni? È la prova provata che lo Stato italiano non fa solo troppo. Fa anche male»
Cinque premi Nobel hanno scritto una lettera contro la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, negli Stati Uniti.
«L’idea di fondo è che il pareggio sia un vincolo troppo rigido, e che lo Stato debba spendere nelle crisi. Keynes e i keynesiani sostenevano che il bilancio dovesse essere in pareggio, sì, ma nel medio periodo…»
Ha un senso.
«No. Astrattamente l’idea che lo Stato debba mettere fieno in cascina in tempi buoni e poi spendere in tempi cattivi può essere attraente. Ma il problema è che la prassi politica non ha mai seguito le prescrizioni della teoria keynesiana. Lo Stato ha sempre speso in periodi cattivi o presunti tali, e non ha mai ridotto il suo raggio d’azione e, quindi, le sue spese in periodi buoni. Questo perché aumentare la spesa è facile ma diminuirla e difficilissimo: i beneficiari della spesa non vi rinunciano volentieri e oppongo resistenza, spesso ferocemente. In ogni caso é impossibile trovare un equilibrio ‘ragionevole’ fra risparmi e spese… C’è però un altro aspetto, sotto il quale il pareggio è una regola di civiltà…»
Quale?
«L’equità generazionale, se vogliamo usare una locuzione a la page. Il debito pubblico sono tasse differite: anziché pagare i nostri padri, pagheremo noi. Se una generazione vuole molto Stato e molta spesa pubblica, che almeno abbia il buon gusto di pagarselo in prima persona. Questo è quello che accadrebbe se venisse introdotta una vera norma per il pareggio di bilancio, ovviamente, non l’abortivo sull’equilibrio fra entrate e uscite che il nostro Parlamento sta votando».