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Quello stupro e l’alibi-scusa del raptus

Adesso vediamo che motivazioni cercano per scontare la pena all’uomo che ha violentato la tassista. La donna, invece, porterà nel suo cuore tutta la vita il ricordo dell’incontro con questa persona.

Lauretta, ilgiorno.it

Complimenti alla Polizia, ottima indagine chiusa in tempi rapidissimi. Spero venga punito come si deve. La storia del raptus proprio non regge.

Baby, ilgiorno.net

QUANDO sono andati a prenderlo a casa dei nonni il «bravo ragazzo» ha prima cercato di negare, di dire che lui con quello stupro a una tassista romana di 43 anni non c’entrava nulla. Poi è stato riconosciuto dalla vittima e ha deciso di confessare. E ha detto che è stato un raptus, una pulsione folle di un momento. Il raptus, ancora una volta, è l’eterno alibi-scusa. Un modo per dire “sì sono stato io”, ma allo stesso tempo “non ero proprio io”. Un confessare cercando di deresponsabilizzarsi, di farsi uno sconto. Raptus, ovvero, una cosa istantanea, non programmata. Ma la violenza sessuale commessa in preda ad un raptus va oltre ogni logica. Perché, ci spiegano gli psichiatri, non esiste, esiste invece la volontà di fare male, di imporre il proprio dominio. E le parole di giustificazione dell’uomo arrestato ci rimandano ancora una volta ad un immaginario della sessualità maschile legato a un impulso incontenibile e incontrollabile, parole che dovrebbero offendere anche gli uomini, che invece stanno zitti.

laura.fasano@ilgiorno.net