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Siamo tutti giardinieri

STIMOLA fantasie linguistiche la riforma del lavoro: dopo la «paccata di miliardi» del ministro Fornero, la piccata replica con «paccata» di Emma Marcegaglia, Bonanni annuncia la «ristrutturazione» dell’articolo 18, mentre Bersani parla di «manutenzione» e Ferrero etichetta «sfascia carrozze» il leader del Pd. Un copione che sembra firmato da Chance Giardiniere, lo strampalato protagonista di «Oltre il giardino», film cult degli anni Settanta.

«Dopo  la primavera, arriverà l’estate», sottolineava con aria sognante Peter Sellers, protagonista della pellicola di Hal Ashby del 1979, e tutti a interpretare, ad analizzare che cosa davvero intendesse dire, quale sottile metafora si celasse dietro quelle parole troppo semplici, troppo banali per non nascondere chissà quale verità. In realtà quell’uomo venuto dal nulla, che nella vita altro non aveva fatto se non il giardiniere, intendeva dire proprio quello che le parole significavano: «Ogni fiore porta a un frutto e se non succede dipende dal gelo»… Una società in crisi anche di contenuti e di idee si rifugia dove può. Le parole perdono il loro significato originale: lo testimoniano i salotti televisivi dove il luogo comune dilaga e al confronto si preferisce lo scontro. Parole vuote che rimbalzano nell’etere: il consenso si misura attraverso gli applausi di un pubblico/comparsa o attraverso sondaggi che dividono il mondo in due come se non potesse esistere una terza via. Favorevoli o contrari, l’importante è trovare un numero, una percentuale da cui partire. «L’80 per cento degli italiani pensa che…» e lo spettacolo può continuare secondo una logica da stadio, dove i tifosi si accalcano sotto una bandiera pronti a tutto per difenderla pur di evitare la fatica di ragionare, di pensare, di cambiare idea. Stiamo diventando un popolo di Giardinieri e non ce ne rendiamo conto. È proprio vero, non esistono più le mezze stagioni.

ugo.cennamo@ilgiorno.net