Le Mans, Steve McQueen e il Drake
Questa è la settimana di Le Mans.
La 24 Ore! Una delle pochissime esperienze umane e professionali che mi mancano. E temo, ormai, che serberò il rimpianto.
Recentemente, sui miei giornali di carta (esistono ancora, lo sapevate?), cioè Carlino-Nazione-Giorno, ho raccontato una storia che mi fa piacere riproporre in questa sede.
Buona lettura, sempre se ne avete voglia.
- Festival di Sanremo. Una sera un artista modenese sale sul palco e intona: ‘voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve McQueen’. La mattina dopo, in ufficio a Maranello, il vecchio Enzo Ferrari chiede a Franco Gozzi, suo storico segretario nonché consigliere e ghost writer: beh, ma il McQueen della canzone è per caso quello del film?…
Era proprio quello del film, un pezzo di cinema dedicato al fascino della Ventiquattro Ore di Le Mans, classicissima dell’automobilismo. E qui e ora non è dato sapere se Vasco Rossi, l’interprete di ‘Vita Spericolata’, brano cult che ha cambiato la storia della musica leggera italiana, ecco, non è dato sapere se il Blasco di Zocca fosse al corrente della tormentata e tormentosa relazione tra il Drake delle Rosse e il fascinoso attore hollywoodiano.
Hanno fatto bene gli amici del Biografilm di Bologna a proporre, tra i gioielli della rassegna datata 2015, un piccolo capolavoro di Gabriel Clarke e John McKenna: un documentario, ‘McQueen, the man and Le Mans’, che non è soltanto il recupero ideale di una pellicola sfortunata al botteghino e in fretta dimenticata. No: l’opera è un viaggio, organizzatissimo e però selvaggio, tra i brandelli di un’epoca che per amor di luogo comune sarebbe quasi il caso di definire irripetibile.
In effetti e a scanso di equivoci, il film che la star americana volle dedicare alla maratona automobilistica francese aveva tutto per ‘non’ piacere: una trama farraginosa, una recitazione talvolta da oratorio, una tendenza alla semplificazione persino irritante. Ciò nonostante, siamo in presenza di un testamento anticipato. Di una sfrenata dichiarazione d’amore per l’eccesso, sublimato da auto picaresche e piratesche, capaci di strappare l’anima non già a chi le sapeva guidare, bensì a chi trovava il coraggio di ammirarle. In breve: Vasco aveva capito, voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve McQueen. Cioè il limite non esiste e se esiste lo spostiamo cento metri più in là, oltre l’ultima staccata, al di là del muro della ragionevolezza.
Che un tipo così dovesse garbare e molto ad Enzo Ferrari, era assolutamente ovvio. Di più: tra i due esisteva una affinità ‘commerciale’, nel senso che l’attore aveva tradotto l’amore per il Cavallino nell’acquisto di un bolide confezionato nelle officine di Maranello. Correva l’anno 1967, i Beatles stavano imprimendo una svolta lisergica al pop, i ragazzi negli States iniziavano a ribellarsi contro la guerra in Vietnam e l’attore aveva staccato un assegno per comprarsi una 275 GTB/4 carrozzata da Sergio Scaglietti, il genio artigiano che pigliava a martellate le lamiere delle Rosse riuscendo a renderle più belle.
Ora, McQueen piaceva a Scaglietti e piaceva al Grande Vecchio, eppure al film che rappresentava, per Steve, il sogno di una vita (sempre spericolata, eh) proprio Ferrari decise di non partecipare. O meglio: quando si trovò davanti il produttore venuto da Hollywood, l’astuto Enzo chiese di conoscere in anticipo come sarebbe andata a finire la 24 Ore, pardon, la pellicola. Deglutendo a fatica, il finanziatore del film fu costretto ad ammettere che la sceneggiatura prevedeva la vittoria di una Porsche. ‘E le pare che io possa offrire le mie macchine per la parte dei battuti?’, reagì il Drake: vai a dargli torto.
Per quale ragione Steve avesse deliberato un epilogo favorevole alla casa tedesca, storica nemica delle Rosse nelle gare di durata, di nuovo qui e ora non è dato sapere. Secondo alcuni, nel suo romanticismo di eroe maledetto vedeva nella sconfitta la vera grandezza. Oppure, più prosaicamente, aveva preso i soldi dalla Porsche, mentre notoriamente quelli di Maranello erano più tirchi di Zio Paperone. Sia come sia, il film sarebbe saltato se non si fosse avanti Jacques Swaters, un gentiluomo belga che collezionava Ferrari ed era buon amico del Vecchio. McQueen, disperato, bussò alla porta di Swaters, costui aveva una donna che delirava per Steve, nemmeno il Drake era indifferente al fascino femminile e bla bla bla. In qualche maniera, le macchine arrivarono sul set, dove quasi tutto era autentico, i piloti erano i campioni dell’epoca e addirittura vennero realizzate le prime immagine da telecamere montate sui missili a quattro ruote.
Nel bel documentario di Clarke e McKenna, frutto di materiali ripescati in archivi polverosi, ore e ore di nastri scampati al degrado e all’oblio, si coglie la follia sana di un personaggio votato consciamente all’autodistruzione. Il film originale è del 1970, Steve McQueen fu ucciso da un tumore nel 1980, Vasco cantò Vita Spericolata nel 1983, Ferrari se ne è andato nel 1988 e infine nel 2014 la 275 GTB/4 che l’attore aveva acquistato è stata battuta all’asta per una cifra superiore ai sette milioni di euro.
Ma cosa contano i soldi, davanti ad una storia così?