Zeltweg e il miracolo di Irvine
Di ricordi legati a Zeltweg potrei scomodarne tanti.
Ma sarebbe troppo facile evocare l’ordine di scuderia impartito a Barrichello in una domenica di maggio del 2002. Episodio troppo noto e consunto. Debbo averlo raccontato un miliardo di volte: il fattaccio colpì molto la fantasia popolare e ancora oggi mi domandano come lo valutai.
Esattamente come lo valutò oggi. Peggio di un delitto: un gratuito errore. Schumi non aveva bisogno di un regalo del genere, tutto lì.
Viceversa serbo ottima memoria di una domenica del 1999, estate avanzata.
Avevo progettato di raggiungere Zetlweg in compagnia di un caro amico, fanatico di Schumi.
Ma Michelone si fece male a Silverstone e dunque l’amico voleva dare forfait.
Gli dissi: ma no, è in momenti come questi che bisogna perseverare. E poi vuoi mettere Mika Salo? Sua moglie è una pornostar, dunque sarà comunque un bel vedere.
Andiamo.
Box Ferrari in stile vedovanza.
Jean Todt affranto come Giuseppe di Arimatea il sabato santo.
La mia idea era che Irvine non sarebbe mai uscito in trionfo dal sepolcro ferrarista, pardon, mai e poi mai sarebbe riuscito a vincere il Gp contro le due McLaren di Hakkinen e Coulthard.
E lo scrissi pure, alla vigilia.
Never say never again, eh?
Infatti il mitico puttaniere irlandese, con l’aiuto di Ross Brawn, si inventò un colpo di genio nel finale e in un tumulto di emozioni sfrecciò sotto la bandiera a scacchi in beata solitudine.
Todt non credette ai discepoli di Emmaus, che eravamo io e il mio amico, e per la prima volta da quando era capo della Rossa non salì sul palco della premiazione. La cosa fece scalpore, poi per la verità divenne quasi una abitudine, o meglio, non sempre era il Pinguino a festeggiare sul podio.
Certo che l’estate-autunno del 1999 fu un periodo eccezionalmente carico d’eventi: a parte l’epilogo di Suzuka, forse non mi sono mai eccitato tanto per la quantità industriale di sorprese che il destino (forse aiutato, eh) propinava quasi ad ogni Gran Premio.